1904

Il nome mi fu quasi offerto in treno, partito da poche ore da Alenga per Torino.

Viaggiavo con due signori che discutevano animatamente d’iconografia cristiana, in cui si dimostravano entrambi molto eruditi, per un ignorante come me.

Uno, il più giovane, dalla faccia pallida, oppressa da una folta e ruvida barba nera, pareva provasse una grande e particolar soddisfazione nell’enunciar la notizia ch’egli diceva antichissima, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da non so chi altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato bruttissimo.

Parlava con un vocione cavernoso, che contrastava stranamente con la sua aria da ispirato.

– Ma si, ma si, bruttissimo! bruttissimo! Ma anche Cirillo d’Alessandria! Sicuro, Cirillo d’Alessandria arriva finanche ad affermare che Cristo fu il più brutto degli uomini.

L’altro, ch’era un vecchietto magro magro, tranquillo nel suo ascetico squallore, ma pur con una piega a gli angoli della bocca che tradiva la sottile ironia, seduto quasi su la schiena, col collo lungo proteso come sotto un giogo, sosteneva invece che non c’era da fidarsi delle più antiche testimonianze.

– Perché la Chiesa, nei primi secoli, tutta volta a consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo ispiratore, si dava poco pensiero, ecco, poco pensiero delle sembianze corporee di lui.

A un certo punto vennero a parlare della Veronica e di due statue della città di Paneade, credute immagini di Cristo e della emorroissa.

– Ma sì! – scattò il giovane barbuto. – Ma se non c’è più dubbio ormai! Quelle due statue rappresentano l’imperatore Adriano con la città inginocchiata ai piedi.

Il vecchietto seguitava a sostener pacificamente la sua opinione, che doveva esser contraria, perché quell’altro, incrollabile, guardando me, s’ostinava a ripetere :

– Adriano!

– …Beronike, in greco. Da Beronike poi: Veronica

– Adriano! (a me).

– Oppure, Veronica, vera icon: storpiatura probabilissima…

– Adriano! (a me).

– Perché la Beronike degli Atti di Pilato…

– Adriano!

Ripeté così Adriano! non so più quante volte, sempre con gli occhi rivolti a me.

Quando scesero entrambi a una stazione e mi lasciarono solo nello scompartimento, m’affacciai al finestrino, per seguirli con gli occhi: discutevano ancora, allontanandosi.

A un certo punto però il vecchietto perdette la pazienza e prese la corsa.

– Chi lo dice? – gli domandò forte il giovane, fermo, con aria di sfida.

Quegli allora si voltò per gridargli:

– Camillo De Meis!*

Mi parve che anche lui gridasse a me quel nome, a me che stavo intanto a ripetere meccanicamente: – Adriano… -. Buttai subito via quel de e ritenni il Meis.

« Adriano Meis! Si… Adriano Meis: suona bene… »

Mi parve anche che questo nome quadrasse bene alla faccia sbarbata e con gli occhiali, ai capelli lunghi, al cappellaccio alla finanziera che avrei dovuto portare.

« Adriano Meis. Benone! M’hanno battezzato. »

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, cap. 8, Adriano Meis.

*Angelo Camillo De Meis (1817-91), medico, naturalista, filosofo hegeliano non aveva coltivato interessi di archeologia cristiana. Sul problema «delle due statue della città di Paneade» aveva scritto invece il padre barnabita Leopoldo de Feis (1844-1909) nel saggio Del Monumento di Paneas e delle immagini della Veronica e di Edessa, pubblicato sulla rivista di studi orientali «Bessarione», 4, 1898, pp. 177-192. De Meis, richiamato per consonanza, è dunque il sostituto onomastico di De Feis. (Luigi Sedita, Pirandello e l’Antinomia del nome)

Segnalato da Michele Colombo

Pirandello

 


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