1945

608. La via dolorosa dal Pretorio al Calvario.
 26 marzo 1945.

Un’altra donna, che ha preso una fanciulla servente con uno scrignetto fra le braccia, apre lo scrignetto, ne trae un lino finissimo, quadrato, e lo offre al Redentore. Questo lo accetta. E poiché non può con una mano sola fare da Sé, la pietosa lo aiuta, badando di non urtargli la corona, a posarselo sul volto. E Gesù preme il fresco lino sulla sua povera faccia e ve lo tiene, come ne trovasse un grande ristoro. Poi rende il lino e parla: «Grazie Giovanna, grazie Niche, Sara,  Marcella, Elisa, Lidia, Anna, Valeria, e tu.  Ma non piangete su Me,  figlie di Gerusalemme, ma sui peccati  vostri e su quelli della vostra città».

612 – Il velo di Niche.
 29 marzo 1945. 

Un picchio risoluto all’uscio fa sobbalzare tutti. Il padrone di casa fugge coraggiosamente. Maria di Zebedeo vorrebbe che il suo Giovanni lo seguisse e lo spinge verso il cortile. Le altre, meno la Maddalena, si stringono l’una coll’altra gemendo. É Maria di Magdala che va dritta e forte all’uscio e chiede: «Chi bussa?». Una voce di donna risponde: «Sono Niche. Ho una cosa da dare alla Madre. Aprite! Presto. La ronda è in giro». Giovanni, che si è svincolato dalla madre ed è corso presso la Maddalena, lavora intorno ai molteplici serrami, tutti ben assicurati questa sera. Apre. Entra Niche con la servente ed un uomo nerboruto che le scorta. Chiudono. «Ho una cosa…», e piange Niche e non può parlare… «Che? Che?». Le sono tutti addosso, curiosi. «Sul Calvario… Ho visto il Salvatore in quello stato… Avevo preparato il velo lombare perché non usasse i cenci dei boia… Ma era tanto sudato, col sangue negli occhi, che ho pensato darglielo perché si asciugasse. Ed Egli lo ha fatto… E mi ha reso il velo. Io non l’ho usato più… Volevo tenerlo per reliquia col suo sudore e il suo sangue. E vedendo l’accanimento dei giudei, dopo poco, con Plautina e le altre romane Lidia e Valeria, insieme, abbiamo deciso di tornare indietro. Per paura che ci levassero questo lino. Le romane son donne virili. Ci hanno messe nel mezzo, io e la servente, e ci hanno protette. É vero che sono contaminazione per Israele… e che toccare Plautina è pericolo. Ma ciò si pensa in tempi di calma. Oggi erano tutti ubriachi… A casa ho pianto… per ore… Poi è venuto il terremoto e sono svenuta… Rinvenuta, ho voluto baciare quel lino e ho visto… oh!… Vi è sopra la faccia del Redentore!… «Fa’ vedere! Fa’ vedere!». «No. Prima alla Madre. É il suo diritto». «É tanto sfinita! Non resisterà…» «Oh! non lo dite! Le sarà di conforto, invece. Avvertitela!». Giovanni bussa piano all’uscio. «Chi è?». «Io, Madre. Fuori è Niche… É venuta nella notte… Ti ha portato un ricordo… un dono… Spera darti conforto con quello». «Oh! un solo dono mi può confortare! Il sorriso del suo Volto…» «Madre!». Giovanni l’abbraccia per tema che cada e dice, come confidasse il Nome vero di Dio: «Quello è. Il sorriso del suo Volto, impresso nel lino con cui Niche lo ha asciugato sul Calvario». «Oh! Padre! Dio altissimo! Figlio santo! Eterno Amore! Siate benedetti! Il segno! Il segno che vi ho chiesto! Fàlla, fàlla entrare!». Maria si siede perché non si regge più e, mentre Giovanni fa cenno alle donne, che occhieggiano, che Niche passi, Ella si ricompone. Niche entra e si inginocchia ai suoi piedi con la servente accanto. Giovanni, ritto in piedi, presso Maria, le tiene il braccio dietro le spalle come per sorreggerla. Niche non dice una parola. Ma apre il cofano, estrae il lino, lo spiega. E il Volto di Gesù, il Volto vivo di Gesù, il doloroso e pur sorridente Volto di Gesù, guarda la Madre e le sorride. Maria ha un grido di amore doloroso e tende le braccia. Le donne le fanno eco dal vano dell’uscio dove si affollano. E la imitano nell’inginocchiarsi davanti al Volto del Salvatore. Niche non trova una parola. Passa il lino dalle sue alle mani materne e si curva poi a baciarne il lembo. E poi esce a ritroso, senza attendere che Maria rinvenga dalla sua estasi.

615 – Notte del Sabato Santo

Perché tanto hai fatto attendere una madre, povero Pietro ferito e calpestato dal Demonio? Non sai che è compito delle madri ravviare, guarire, perdonare, condurre? Io ti conduco a Lui. Lo vorresti vedere? Vorresti vedere il suo sorriso per persuaderti che ti ama ancora? Si? Oh! allora staccati dal mio povero seno di donna e posa la fronte sulla sua fronte coronata, la tua bocca sulla sua bocca ferita, e bacialo il tuo Signore». «E’ morto… Non potrò mai più». «Pietro. Rispondi a me. Quale credi sia l’ultimo miracolo del tuo Signore?». «Quello dell’Eucarestia. Anzi, no. Quello del soldato guarito là… là… Oh! non mi fare ricordare!… «Una donna, fedele, amorosa, forte, lo ha raggiunto sul Calvario e gli ha asciugato il Volto. Ed Egli, per dire quanto può l’amore, ha fissato il suo Volto sul lino. Eccolo, Pietro. Questo ha ottenuto una donna, in ora di tenebre infernali e di corruccio divino. Solo perché amò. Ricòrdatelo questo, Pietro. Per le ore in cui ti sembrerà che il Demonio sia più forte di Dio. Dio era prigioniero degli uomini, già oppresso, condannato, flagellato, già morente…

Guardalo. Osa guardarlo. Tutti lo hanno guardato e venerato. Anche Longino… E tu non sapresti? Hai pure saputo rinnegarlo! Se non lo riconosci ora, attraverso il fuoco del mio materno, amoroso dolore che vi unisce, che vi rappacifica, non potrai più. Egli risorge. Come potrai guardarlo nel suo nuovo fulgore se non sai il suo Volto nel trapasso dal Maestro che conosci al Trionfatore che non conosci? Perché il dolore, tutto il Dolore dei secoli e del mondo, lo ha lavorato con scalpello e mazzuolo in quelle ore che vanno dal vespero del Giovedì all’ora di nona del Venerdì. E hanno mutato il suo Volto.

618 – Gesù risorto appare alla Madre

«Mamma lo vedi quel velo? Ho, nel mio annichilamento, sprigionato ancora potenza di miracolo per te, per darti conforto.»

627 – Apparizione agli apostoli nel Cenacolo

(Gesù Risorto a Pietro) « Vieni qui. Che ti ha detto la Madre? “Se non lo guardi su questo sudario non avrai cuore di guardarmi mai più”. O uomo stolto! Quel Volto non ti ha detto col suo sguardo doloroso che ti capivo e che ti perdonavo? Eppure l’ho dato quel lino per conforto, per guida, per assoluzione, per benedizione…

637. Addio alla madre prima di ascendere al Padre.

Il primo miracolo lo feci per la gioia di Maria, a Cana di Galilea. L’ultimo miracolo, anzi gli ultimi miracoli, per il conforto di Maria, a Gerusalemme. 
L’Eucarestia e il velo della Veronica. 
Questo, per dare una stilla di miele all’amaritudine della Desolata. Quello, per non farle sentire che non c’era più Gesù sulla Terra.
Tutto, tutto, tutto, ma capitelo una volta, voi avete per Maria! Dovreste amarla e benedirla ad ogni vostro respiro.

637. Addio alla madre prima di ascendere al Padre.

Il velo della Veronica è anche un pungolo alla vostra anima scettica. 
Confrontate, voi che procedete per aridi esami, o razionalisti, o tiepidi, o vacillanti nella fede, il Volto del Sudario e quello della Sindone. 
L’uno è il Volto d’un vivo, l’altro quello d’un morto. 
Ma lunghezza, larghezza, caratteri somatici, forma, caratteristiche, sono uguali. Vedrete che corrispondono. 
Sono Io. Io che ho voluto ricordarvi come ero e come ero divenuto per amore di voi. Se non foste dei perduti, dei ciechi, dovrebbero bastare quei due Volti a portarvi all’amore, al pentimento, a Dio.
Il Figlio di Dio vi lascia benedicendovi col Padre e collo Spirito Santo».

Nell’edizione dell’Anno Santo 1975, dell’Editrice Pisani, le note rimandavano alla reliquia conservata in San Pietro. La reliquia romana però contraddice questa descrizione, perché il velo è quasi illeggibile e quindi non misurabile. Inoltre, se le copie dello Strozzi sono corrette, la reliquia romana rappresenta un uomo morto come la Sindone di Torino e non un uomo vivo come qui afferma la Valtorta. La descrizione della mistica concorderebbe invece col Velo di Manoppello e le antiche descrizioni della Veronica romana. Attualmente non risulta che la Valtorta fosse a conoscenza dell’immagine conservata in Abruzzo.

Maria Valtorta, L’Evangelo come mi è stato rivelato, volume X.

Maria Valtorta (1897-1961) MariaValtorta
La sua infanzia ha risentito dell’indifferenza e freddezza della madre, che preferiva lasciarla nelle mani di balie, che non sempre sono state accorte con lei. 
Solamente il suo papà e la nonna le hanno manifestato un profondo affetto. Ha trascorso la prima parte della vita a Faenza e poi a Milano, dove viene affidata alle suore Orsoline. Presso di loro scopre Gesù, e inizia il suo desiderio di conoscerlo, amarlo, servirlo. 
A dodici anni entra nel collegio delle suore di santa Bartolomea Capitanio di Monza e vi rimane per quattro anni, esempio e modello per tutte le sue compagne. 
Nel 1913 si trasferisce con i suoi a Firenze, dove continua a vivere come in collegio. Qui si dedica al volontariato ospedaliero tra le “Infermiere Samaritane” e viene destinata agli ospedali di guerra. 
Nella primavera del 1923 si offre totalmente a Gesù sentendosi attratta dalla Divina Misericordia e, ad esempio della piccola Santa Teresina di Lisieux, vuole farsi vittima all’Amore Misericordioso. Il 17 marzo 1920, mentre passeggia con la mamma per le vie di Firenze è colpita alle reni con una mazza di ferro. Da allora è costretta a restare lunghi periodi a letto, fin quando dal 1934 vi resta permanentemente. 
Da questo periodo in poi inizia il cammino più proficuo della Valtorta, che segnata dalla sofferenza e da esperienze mistiche, con la guida del Padre Romualdo M. Migliorini, inizia la sua attività di scrittrice. Il 25 marzo 1944 entra a far parte del Terz’Ordine dei Servi di Maria. Gli ultimi anni della sua esistenza sono stati provati amaramente dalla sofferenza fisica e dall’incomprensione persino dell’autorità ecclesiastica che aveva contrastato i suoi scritti. Ma queste prove sono accolte da lei con serenità e pace, cosciente d’essere solamente un mite strumento di Dio. Deperita fisicamente e psicologicamente, unita intimamente al suo Gesù, consumata e bruciata da quell’Amore ardente che l’aveva chiamata al suo servizio, si spegne nella sua casa di Viareggio la mattina del 12 ottobre 1961.

 


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