XVI

Jernej di Loka (attribuito), Velo della Veronica, affresco, 1500-1599, chiesa ipogea di San Giovanni d'Antro, Pulfero (Ud), Italia.

Il piccolo affresco, collocato nel vano maggiore della grotta, è stato dipinto su intonaco nel XVI secolo. Una particolarità rara nelle rappresentazioni della Veronica del periodo, sono le macchie di sangue sulla fronte del Cristo che sembrano voler ricordare il tre rovesciato del volto della Sindone di Torino.

Il Volto Santo di San Giovanni d’Antro

di Annalisa Randazzo

Antro si trova poco distante da Pulfero (UD), ed è adagiato sul monte Mladesena. La chiesa di San Giovanni d’ Antro si trova all’interno del complesso ipogeo che si apre su una parete rocciosa, a 348 m sul livello del mare ed al quale si accede tramite una lunga scalinata in pietra, poco distante dal piccolo paese omonimo. Gli ambienti principali da cui è composto il luogo di culto, attualmente, sono tre: la grande sala con l’altare maggiore dedicato ai santi Giovanni Battista ed Evangelista, la cappella gotica e la cappella della Sacrata Vergine Antiqua. Vicino all’ingresso della grotta, sulla parete a sinistra, c’è un piccolo affresco (37 x 34 cm) che rappresenta il Volto Santo di Gesù impresso sul sudario della Veronica. E’ di fattura molto semplice e i tratti sono piuttosto grossolani, ma accoglie chi lo va a trovare con una silenziosa dolcezza.  Qui è il padrone di casa e sembra invitarci a conoscere meglio la sua storia e quella del luogo dove abita.

Storia

La parte iniziale della grotta, dunque, è una chiesa, dedicata ai Santi Giovanni Battista ed Evangelista, ed è di origini molto antiche.  Nel corso dei secoli VI e VII, gruppi di monaci anacoreti provenienti dall’Oriente (Siria, Asia Minore, Palestina) arrivarono in Italia, fuggendo a causa delle invasioni di arabi e persiani, aiutati dai papi siriaci che in quel momento guidavano la Chiesa (es. Giovanni I). Anche molti artisti d’area bizantina giunsero in Italia assieme ai monaci e furono accolti a Roma per poi essere inviati a lavorare nelle principali corti longobarde: l’esempio del tempietto “longobardo” di Cividale è significativo. La testimonianza dei monaci, e l’arte sacra bizantina, ebbero una parte fondamentale nel progetto papale di conversione alla fede cattolica del popolo Longobardo. Essi, dunque, arrivarono nel Friuli orientale e si stabilirono con molta probabilità anche nella fortezza di Antro (in quel luogo vi era già un’antica roccaforte che faceva parte delle fortificazioni della Decima Regio romana).  Lì, le suddette maestranze bizantine, edificarono con tutta probabilità il primo nucleo della chiesa attuale, e cioè la Cappella della Sacrata Vergine Antiqua. Il nome deriva da un’icona della Vergine portata probabilmente dagli stessi monaci, poi andata dispersa, ma certamente presente nella chiesa nel 1602 quando il canonico della Colleggiata di Cividale, Michele Missio, in visita alle parrocchie del luogo, la vide e la registrò tra gli arredi della chiesa.  Durante un’altra visita pastorale, nel 1735, si parla ancora di un altare dedicato alla Madonna nell’antica cappella ma non si accenna più all’icona. L’altare della Cappella era dedicato alla Purificazione della Vergine Maria, celebrazione di origini molto antiche, popolare in Oriente e con tutta probabilità innestata in questo luogo proprio dai monaci bizantini. I monaci avevano inoltre, come testimoniato da numerose fonti, il compito di assistere i pellegrini che partivano dal Nord Est, dalla Pannonia o dal Norico, per raggiungere Roma o la Terra Santa, ed Antro, come anche molti altri luoghi nelle Valli del Natisone e a Cividale, si prestava ad essere luogo di sosta e di rifugio lungo il viaggio. Il nostro Volto Santo potrebbe essere un’immagine devozionale opera di pellegrini di ritorno da Roma. L’affresco, facendo comparazioni tra opere presenti nella zona riferibili al XV-XIV secolo – come gli affreschi nella chiesa di San Bartolomeo a Vernasso – viene attribuito a Jerney di Loka, un pittore attivo nella zona delle valli dell’Isonzo e del Natisone, nell’ultimo decennio del XV secolo e nei primi decenni del XVI, il periodo d’oro per la diffusione della veronica romana.  La tavolozza dai colori accesi ed i tratti del disegno lo ricordano molto, ma considerando il luogo dove sta l’affresco ed alcune sue parti che sembrano essere state ridipinte o corrette (l’aureola e la corona di spine soprattutto) si è fatta l’ipotesi che Jerney possa aver rimaneggiato o aggiustato un affresco precedente. Non è semplice dirimere la questione. Il luogo dove è stato dipinto il Volto Santo è abbastanza inusuale e ci si chiede che senso avesse dipingere nel 1500 il Volto Santo in quel punto della chiesa. Certamente bisogna considerare che la chiesa non era quella che conosciamo oggi, la distribuzione degli ambienti era diversa e può essere che il Volto Santo fosse parte di un impianto iconografico smarrito. Accanto all’affresco del Volto Santo c’è un’“arca”, una rientranza, scavata nella parete, un’usanza tipicamente orientale, che è il luogo preposto ad accogliere le icone. “Arca” perché atta a “contenere” la divinità, visto che le icone sono immagini sante e manifestano la sostanza divina.

Il fiore della vita

Attorno al Volto Santo si trovano resti di affreschi forse riferibili ad un tempo precedente al XV secolo. Si vedono parti, molto rovinate, di rappresentazioni del Fiore della vita, inscritto in un cerchio che iniziano all’ingresso della grotta-chiesa e proseguono lungo tutta la parete fino quasi alla scala che porta al livello più basso della grotta.  Tale raffigurazione ha origini antichissime e viene conosciuto con il nome “sesto giorno della Genesi” perché costituito da sei cerchi che ruotano attorno ad un punto centrale e che simboleggiano i sei giorni della creazione. Il Punto attorno al quale ruotano è Dio Creatore e, dunque, il fiore della vita è la rappresentazione simbolica del creato.

Il simbolo del fiore della vita è tipico dell’arte longobarda (altare di Ratchis, lastre lapidee con croci, monogrammi di Cristo, ruote raggiate) ma fu ripreso dall’ordine dei cavalieri templari (sono tante le chiese che ne presentano uno, ad esempio la semidistrutta Cripta della Madonna dell’Attarico ad Adrano, o in Montenegro, S. Maria in Kotor, o Montsaunes in Francia, ecc…). A rafforzare l’ipotesi che la chiesa di Antro e la grotta possano essere state un rifugio o uno Spedale retto dall’ordine templare verso il XII – XIII secolo c’è il graffito che rappresenta una tria, alla base della scalinata che conduce alla grotta (un altro è inciso sulla “pietra di Biacis”, vicino al castello di Arensperg, e altri sulle mura del paese sotto la grotta). Potrebbe trattarsi di incisioni ludiche, ma più probabilmente è un richiamo alla triplice cinta del tempio di Gerusalemme, infatti, molti luoghi appartenuti ai Templari presentano tale raffigurazione.  

La ruota cigliata

Racconta una leggenda, che nella roccaforte di Antro si rifugiarono le genti delle Valli per sfuggire alle scorrerie degli Unni. A quell’epoca era regina Vida, ma, secondo altre tradizioni, potrebbe essere anche Teodolinda. In tal caso quindi non saremmo più nel 459, ma un po’ più tardi, verso la seconda metà del VI secolo.  Chi erano i nemici di Teodolinda? Forse chi era contrario alla sua volontà di abbracciare il cristianesimo ortodosso al posto dell’eresia ariana? I longobardi conobbero il cristianesimo attraverso la dottrina eretica di Ario che considerava Gesù Cristo solamente uomo. Teodolinda, cattolica, anche se scismatica (scisma dei tre capitoli, 544 circa) diede un forte impulso affinché i longobardi si convertissero alla vera fede, grazie ai suoi rapporti epistolari con papa Gregorio I e San Colombano. La conversione dei Longobardi al cattolicesimo si completò alla fine del VII secolo. Questa vicenda ci riporta alla ruota cigliata e agli altri affreschi sulla parete della Cappella Gotica.

La ruota cigliata sembra riferirsi al sole, diviso in sei settori, come i giorni della creazione. Sole come simbolo di Dio, e come riferimento a Gesù Cristo, Luce del mondo, stessa sostanza del Padre. Gesù è di natura divina non unicamente umana, dunque, al contrario di ciò che sosteneva Ario.  Sembra che questi affreschi rappresentino il passaggio dal culto pagano, poi ariano e poi cattolico. Gian Piero Bognetti, ha fatto una comparazione con una rappresentazione della ruota cigliata presente sul pavimento della chiesa di S. Stefano in Brolo, detta “ad rotam” (Cfr. G. P. Bognetti, L’ età longobarda, pt.1, p. 143 – 217, Milano 1966). La perduta chiesa di S. Stefano in Brolo è legata a una leggenda che narra di una cruenta battaglia avvenuta tra ariani e cattolici. Il sangue dei difensori della fede cattolica si sparse copioso e si raggrumò in forma di ruota, iniziando a avanzare fino alla chiesa: è la rota sanguinis fidelium. Potrebbe essere un’ipotesi interessante accostare questa tradizione alle ruote di Antro poiché  di martirio ci parlano anche le palme e la Croce. Non dimentichiamo che il Friuli longobardo è stato anch’esso teatro della conversione dall’arianesimo al cattolicesimo del popolo della regina Teodolinda.


La chiesa è una delle 44 chiesette votive delle Valli del Natisone.

Altri link:

Il sito della grotta di San Giovanni

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