1316-1334

1300

GiovannixxiiL’Orationes Salve Sancta facies fu edita da papa Giovanni XXII (1316-1334) residente ad Avignone.  Il papa concesse diecimila giorni d’Indulgenza a tutti coloro che l’avessero recitata guardando la Veronica (o, ignorandola, recitando 5 “Padre Nostro”).

Diversamente dall’Ave facies Praeclara, il Salve santa Facies non accenna alla Passione e alla sofferenza di Gesù. Il panno  è stato dato alla Veronica in segno di amore, ed è un volto trasfigurato, luminoso,  così come era narrato nella forma più antica della leggenda della Veronica.

Per la più importante Indulgenza legata all’inno o per la diffusione che se ne fece durante gli Anni Santi del 1350, 1390 e 1400, il Salve Sancta facies divenne l’orazione più diffusa e la prima nei libri d’Ore. Un’idea della sua diffusione ce la dà Petrus Christus nel Ritratto di un giovane, che lo rappresenta su una pergamena appeso alla parete alle spalle del giovane in preghiera. L’inno iniziale era probabilmente più corto, raramente i libri d’Ore lo riportano tutto.

arundelLittleSalve sancta facies
nostri Redentoris,
in qua nitet species
divini splendoris,
impressa panniculo
nivei candoris
dataque Veronice
signum ob amoris.

Salve, decus seculi,
speculum sanctorum,
quod videre cupiunt
spiritus caelorum,
nos ab omni macula
purga vitiorum,
atque nos consortio
junge beatorum.

Salve Vultus Domini,
imago beata,
ex eterno munere
mire decorata,
lumen funde cordibus
ex vi tibi data
et a nostris sensibus
tolle colligata.

Salve robur fidei
nostre christiane,
destruens hereticos,
qui sunt mentis vane,
horum auge meritum,
qui te credunt sane
illius effigiem,
qui rex fit ex pane.

Salve nostrum gaudium
in hac vita dura
labili et fragili
cito peritura;
o felix figura,
ad videndam Faciem
que est Christi pura
nos deduc ad propria.

Salve gemma nobilis
vera margarita,
celicis virtutibus
perfecte munita,
non depicta manibus
sculpa vel polita:
hoc scit Summus Pontifex
qui te fecit ita.

Ille color celicus,
qui in te splendescit,
in eodem permanet
statu nec decrescit;
diuturno tempore
minime pallescit,
fecit te Rex glorie,
fallere qui nescit.

Nesciens putredinem,
servans incorruptum
quod est a christicolo
coram te deductum,
tu vertis in gaudium
gemitum et luctum,
confer saluberrimum
te videndi fructum.

Esto nobis quesumus
scutum et juvamen,
dulce refrigerium
atque consolamen,
ut nobis non noceat
hostile gravamen,
sed fruamur requie,
celi tecum. Amen.

Oratio sequens edita est per Dominum Iohannem papam XXII, qui concessit omnibus eam devote dicentibus inspiciendo Faciem Christi decem millia dierum indulgentiarum; et si quis ignoraverit, dicat quinque « Pater noster » inspiciendo (faciem) Veronice (f.179 v)

Salve, santa Faccia,
del nostro Redentore
in cui risplende
la divina sembianza,
impressa nel pannolino
di divino candore
e data a Veronica
in segno di amore.

Salve, decoro dei secoli,
specchio dei Santi,
che desiderano vedere
gli spiriti celesti;
purifica noi da ogni macchia di vizi
e congiungici al consorzio dei Beati.

Salve, Volto del Signore,
Immagine beata
dall’eterna grazia
mirabilmente decorata;
infondi luce ai cuori
per la virtù a te data
e ai nostri sensi
togli ogni legame.

Salve, fortezza della fede
nostra cristiana;
distruggi gli eretici
che son prono all’errore;
aumenta i meriti
di quanti credono
alla Effigie di Colui
che si fa Re sotto le specie del pane.

Salve, o nostro gaudio,
in questa vita dura
fragile e fugace
presto peritura;
o felice figura,
per vedere la Faccia
svelata di Cristo,
conduci noi alla meta.

Salve, gemma nobile,
vera margherita
di virtù celesti
perfettamente ornata,
non da mano dipinta
scolpita o rifinita:
Ciò sa il Sommo Duce
che ti creò siffatta.

Quel color celeste
che in te splende
rimane nel medesimo
stato senza cambiare,
né il passar del tempo
lo impallidisce.
Ti fece il re della gloria
che non può fallire.

Tu non conosci disfacimento
e conservi incorrotto
ciò che il cristiano
a te consacra;
tu cambi in gaudio
il pianto e il lutto:
fa’ che vedendoti
s’aumenti in noi la grazia.

Ti preghiamo d’esserci
scudo e aiuto,
refrigerio dolce
e confortante,
onde non ci noccia
il gravame ostile,
ma teco partecipiamo
dell’eterna requie. Così sia.