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grimm

La Veronica col Sudario, xilografia, Sul frontespizio: Ein lied von der Fronica || wie sie von Jerusalem gen Rom ist kũmen || Jn dem brieff don des Regenbogens. (Un canto della Veronica come è arrivata da Gerusalemme a Roma). Libretto in ottavo di 24 pagine, Matthes, Erfurt, 1515.

Il poema di Regenbogen è citato da Grimm che lo considera più recente della Legenda Aurea.  Grimm ne sintetizza la variante.

“Tiberio soffre da 24 anni [determinazione di tempo che manca nella rielaborazione basso tedesca] di una grave malattia. Mani e piedi gli si sono paralizzati. Dodici maestri hanno tentato invano la loro arte. Gli riferiscono che una vergine pagana, battezzata a Gerusalemme, viene condotta a Roma e racconta di un maestro che deve essere venuto dalla Grecia e che Dio ha mandato ai Giudei. Egli guarisce i malati solo toccandoli con le mani, fa diventare l’acqua vino, resuscita i morti e viene chiamato Gesù. [Il manoscritto di Francoforte aggiunge: il suo volto è molto amorevole]: Tiberio ascolta il racconto della vergine e comanda a Filosio di andare laggiù, di non risparmiare oro e argento e di riportare con sé il medico. Filosio parte col seguito, ma necessita un anno intero per il viaggio. I giudei si terrorizzano quando egli attracca con le insegne imperiali, ma lo accolgono con grande festa. Pilato gli dice che il maestro che lui cerca è stato crocifisso. In un lungo colloquio, in cui Pilato e i giudei si accusano a vicenda, viene raccontata la dinamica nei particolari. Filosio va su tutte le furie. Longino, il cavaliere cieco, che divenne di nuovo vedente, gli dice che una povera donna di nobili origini, chiamata Veronica, possiede un panno sul quale si trova il volto di Gesù: non l’ha fatto una mano d’uomo [non si dice altro più preciso]: chi fosse malato e lo guardasse con fiducia, guarirebbe. Veronica viene portata lì. Lei intende mostrare il panno solo se Filosio e il suo seguito si recano da lei a piedi nudi.  Quando egli giunge cantando in un solenne corteo lei prende il panno dal suo baule e lo mostra ossequiosamente: è quadrato e di lino bianco. Veronica si reca col panno sulla nave di Filosio, il quale maledice i Giudei e conduce con sé Pilato attaccato con corde. Otto giorni dopo toccano il Tevere, tanto è veloce il rientro in confronto con il lungo viaggio di andata. Filosio fa una relazione all’Imperatore. Veronica mostra al popolo il panno di fronte al quale tutti si inginocchiano e quindi la conducono al palazzo dell’Imperatore che giace a letto nei tormenti. Lei gli preme il panno sul volto: da quel momento è sano e fresco come un fanciullo. Tiberio si fa battezzare, e Pilato viene annegato nel Tevere.

La storia termina qui nel manoscritto di Francoforte. Ma nella copia a stampa come nel manoscritto di Hildesheim segue ancora un’appendice. Si parla di Vespasiano che è diventato violento e al quale dopo la morte di Tiberio nessuno è stato uguale. Soffre di una malattia mai sentita: delle vespe si annidano nel naso. Il panno della donna Veronica viene posto su di lui, le vespe volano via e il nido è distrutto. Vespasiano chiede alla donna quando è venuta in possesso del bel volto. Lei risponde “me l’ha dato il mio Signore nel dolore ma sempre molto bello, quando era in grande sofferenza”.

Nella rielaborazione basso tedesca c’è solo: “me lo diede il mio Dio e mio Signore”.

Infine Vespasiano si vendica della morte di Cristo. Con 4500 romani va oltre mare, distrugge Gerusalemme e vende i Giudei; come essi avevano venduto il Signore per trenta denari, così viene dato un denaro per ogni trenta Giudei.

In un unica stampa si trova come ulteriore aggiunta: la citazione di Tito, Tiberio e le tre conquiste di Gerusalemme. Nella strofa finale la Veronica è a Roma e chi la guarda con intensità  viene guarito.

Segnalato da Sofi