1635-39

1600

Francesco Mochi, Santa Veronica, Basilica di San Pietro, Roma, 1635-1639.

Irvin Lavin già decenni fa ha riprodotto magistralmente la lunga e complicata storia dell’allestimento dello spazio della cupola di san Pietro sotto papa Urbano VIII (1623-1644). In essa cambiano più volte i luoghi progettati per le statue e i bassorilievi dei pilastri. In ogni cambiamento c’è tuttavia un unico punto fisso: l’allestimento del pilone di papa Giulio, che custodisce in sé la prima pietra della nuova Basilica di san Pietro del 1506 e da papa Paolo V (1605-1621) la più importante reliquia della vecchia e nuova san Pietro: il sudario della Veronica.

È l’esistenza di questa e di altre tre reliquie capitali che ha tirato a sé quella grande e definitiva soluzione: sprofondare gli altari originalmente progettati per le quattro nicchie nella chiesa inferiore e spostare al loro posto l’altare della tomba di Pietro  nel mezzo  dell’enorme spazio circoscritto da quattro statue colossali ( santa Veronica, Elena, Longino e Andrea).

Francesco Mochi sembra essere stato l’unico che ha saputo sottrarsi al disegno del Bernini. Ha creato il paradosso estetico di un colosso femminile, che  si “precipita” frontalmente incontro all’osservatore mostrandogli la reliquia.

La sua  Veronica mostra l’audace invenzione di una figura che corre molto mossa e molto agitata. In altre parole mostra l’audacia,  l’”adesso” enfatico di un colosso femminile che si precipita in avanti, è sottolineata l’immediatezza dalla frontalità e dalla pura grandezza fisica della pietra.

bassorilevo mochiIl colosso femminile tiene in mano la reliquia. Nei pilastri le reliquie sono rappresentate tre volte in sequenza verticale. Una prima volta sull’immagine dell’altare nella chiesa inferiore, sprofondata nella terra, visibile attraverso la “finestrella“ del basamento della statua per coloro che si avvicinano. Una seconda volta nelle mani del colosso. Una terza volta nei bassorilievi in alto, nelle mani degli angeli dell’Ultimo Giorno.

Il confronto fra il rilievo dipinto nella cripta, il bassorilievo sopra e il tutto tondo nel mezzo, sottolinea acutamente il carattere della figura colossale che offre sostanza e verità tangibile, “quel che è” in contrasto con “quel che non è”.

La Veronica del Mochi, che nell’iscrizione del basamento viene definita semplicemente “Hierosolymitana”, lanciandosi a piedi nudi fuori dalla nicchia con grande agitazione,  esprime la sua passione in modo libero con un ampio movimento e con la bocca aperta in un  grido.

Quale passione? Dovrebbe essere “terrore”, per essere adeguato all’oggetto dell’azione. Perché la Veronica è testimone oculare e compartecipe di una tragedia: la passione di Cristo. L’osservatore medio del diciassettesimo secolo si aspettava anche nella statua, come in un dipinto, la rappresentazione di una storia. Si aspettava, per così dire, la continuazione di quella storia che il dipinto dell’altare di Andrea Sacchi gli mostrava nel basamento come storia della statua. Rafforzato nella sua attesa da questo dipinto, poteva riconoscere nella statua che corre un’azione parallela alla Passione: la donna in grande agitazione col sudario nelle mani corre via dalla Via Crucis di Cristo. Questa è una storia che se non è tramandata da nessuna parte, però è probabile, un classico caso di verisimilitudo storica.

Ma per l’osservatore familiare con la storia della reliquia, nel motivo impressionante nuovo e sorprendente della corsa si rivela un ulteriore senso: il riferimento a Roma, al papato e al Vaticano. Nella corsa potrà riconoscere, espresso nella mimesi simbolicamente abbreviata della scultura, l’allusione alla famosa leggenda del passaggio del sudario, con cui si motivava storicamente la sua comparsa a Roma: è stata la stessa Veronica che ha portato la reliquia da Gerusalemme e Roma, quando la raggiunsero i messi dell’imperatore Tiberio malato  alla ricerca di guarigione (l’intera leggenda del trasporto della reliquia da Gerusalemme a Roma è rappresentata e spiegata per scritto nella decorazione affrescata della cappella inferiore).

E, nella versione accettata come storica nel 17° secolo da parte della chiesa antica, la santa Veronica non ha portato a Roma solo il sudario di Cristo guarendo con esso l’imperatore Tiberio; ha vissuto a Roma fin dopo la morte di Pietro; ha custodito il sudario lasciandolo in eredità alla sua morte al Papa Clemente I e ai suoi successori. Dal primo successore di san Pietro, Clemente I, viene custodito nella collina vaticana. È un palladio già del papato più antico, un palladio anche dei primi piccoli luoghi di culto cristiani di Roma che Pietro aveva edificato al Vaticano. In questa costruzione storica il sudario è la prima reliquia romana, papale, vaticana per eccellenza …

cfr. Rudolf Preimesberger, “RESPICE FACIEM CHRISTI TUI”, in L’immagine di Cristo dall’acheropita alla mano d’artista. Dal tardo medioevo all’età barocca, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2007.