1885

1800

She stepped aside and knelt down before the crucifix to pray, and I stood by and looked now at her and now at the object of her adoration, now at the living figure of the penitent, and now at the ghastly, daubed countenance, the painted wounds, and the projected ribs of the image. The silence was only broken by the wailing of some large birds that circled sidelong, as if in surprise or alarm, about the summit of the hills. Presently rose again, turned towards me, raised her veil, and, still leaning with one hand on the shaft of the crucifix, looked upon me with a pale and sorrowful countenance.
‘I have laid my hand upon the cross,’ she said. ‘The Padre says you are no Christian; but look up for a moment with my eyes, and behold the face of the Man of Sorrows. We are all such as He was—the inheritors of sin; we must all bear and expiate a past which was not ours; there is in all of us–ay, even in me–a sparkle of the divine. Like Him, we must endure for a little while, until morning returns bringing peace. Suffer me to pass on upon my way alone; it is thus that I shall be least lonely, counting for my friend Him who is the friend of all the distressed; it is thus that I shall be the most happy, having taken my farewell of earthly happiness, and willingly accepted sorrow for my portion.’
I looked at the face of the crucifix, and, though I was no friend to images, and despised that imitative and grimacing art of which it was a rude example, some sense of what the thing implied was carried home to my intelligence. The face looked down upon me with a painful and deadly contraction; but the rays of a glory encircled it, and reminded me that the sacrifice was voluntary. It stood there, crowning the rock, as it still stands on so many highway sides, vainly preaching to passers-by, an emblem of sad and noble truths; that pleasure is not an end, but an accident; that pain is the choice of the magnanimous; that it is best to suffer all things and do well. I turned and went down the mountain in silence; and when I looked back for the last time before the wood closed about my path, I saw Olalla still leaning on the crucifix.

R.L.StevensonOlallaFu pubblicato per la prima volta nel 1885 nel numero di Natale del periodico The Court and Society Review, e successivamente riedito da Chatto & Windus come parte della raccolta The Merry Men and Other Tales and Fables, 1887, Inghilterra.

Lei si allontanò qualche passo per inginocchiarsi dinanzi al crocifisso e pregare, e io rimasi in piedi lì accanto, volgendo lo sguardo ora su di lei, ora sull’oggetto della sua venerazione, ora alla viva figura della penitente, ora alla spettrale fisionomia grossolanamente colorita, alle pieghe dipinte, alle costole sporgenti dell’immagine. Infine Olalla si alzò, si volse verso di me, sollevò il velo e, appoggiandosi con una mano all’asta del crocifisso, mi guardò con volto pallido e dolente.
“Ho posato la mano sulla croce”, disse. “Il Padre dice che non siete cristiano; ma per un momento guardate con i miei occhi, contemplate il viso dell’Uomo del Dolore. Siamo tutti come Lui fu: eredi del peccato; tutti dobbiamo sopportare ed espiare un passato che non è nostro; in tutti noi (sì, anche in me) esiste una scintilla divina. Come Lui, dobbiamo resistere per un poco, fin quando tornerà il mattino, recandoci la pace. Lasciate che io prosegua da sola la mia strada: solo così mi sentirò meno abbandonata, avendo per amico Colui che è amico di tutti gli sventurati; solo così sarò più felice, avendo detto addio alla felicità terrena e avendo accettato di mia volontà come mio destino il dolore”.
Guardai il volto del crocifisso, e pur non avendo simpatia per le immagini, pur disprezzando quell’arte imitativa e distorta della quale era un rozzo esempio, il senso di ciò che voleva significare raggiunse il mio intelletto. Quel volto si chinava a guardarmi con una contrazione di dolore e di morte; ma i raggi della gloria lo circondavano, ricordandomi che il sacrificio era stato volontario. Era lì, sulla sommità della roccia, come è ancora sul lato di tante strade maestre, predicando invano ai passanti, emblema di tristi e nobili verità: che il piacere non è un fine, ma un caso; che il dolore è la scelta dei magnanimi; che è meglio sopportare ogni cosa e fare il bene. Mi voltai e presi a scendere la montagna in silenzio; e quando guardai indietro per l’ultima volta prima che il bosco nascondesse il mio cammino, vidi Olalla, ancora appoggiata al crocifisso.

R.L. Stevenson, Olalla, in Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde e altri racconti dell’orrore (titolo originale Olalla, traduzione italiana di Riccardo Reim). Biblioteca Economica Newton, Roma 2008, pp. 186-187)

Veronica Map

Segnalato da Manu