1904

SelmaLagerlofLeggendeGesu

Il Sudario di Santa Veronica

Verso gli ultimi anni del regno dell’imperatore Tiberio un povero vignaiuolo e sua moglie si erano rifugiati in una capanna solitaria quasi sulla vetta dei monti della Sabina. Erano stranieri e vivevano in quella solitudine senza vedere nessuno. Ma una mattina il vignaiuolo, aprendo la capanna, vide con grandissimo stupore una donna vecchia accovacciata su la soglia e avvolta in un semplice mantello grigio. Il suo aspetto era assai povero, ma quando ella s’alzò e gli venne incontro, apparve così degna di rispetto, ch’egli dovette pensare alle antiche leggende di fate, che, trasformate in vecchierelle senza tempo, vanno a vedere la gente di nascosto.

“Amico – diss’ella – non ti meravigliare se questa notte ho dormito qui. I miei genitori avevano abitato questa capanna dove sono nata quasi novanta anni fa. Credevo di trovarla disabitata e abbandonata; non sapevo invece che altre persone l’avevano presa”.

“Non mi meraviglio davvero se credi che una capanna su queste rocce fosse abbandonata; ma io e mia moglie siamo d’una terra molto lontana, e, poveri stranieri come siamo, non abbiamo potuto trovar di meglio. Ma tu, che alla tua età così avanzata hai fatto questa strada tanto faticosa, sarai certamente stanca e avrai fame, e ora ti farà bene trovare qualcuno, invece di trovare queste mura un covo di lupi. Troverai un letto quassù e una buona tazza di latte di capra e un pezzo di pane, se ti basteranno”.

La vecchia sorrise; ma questo sorriso fu così lieve e breve, che non poté nascondere l’espressione di gran dolore stampata sul suo volto.

“Ho passato tutta la mia gioventù fra questi monti, e non ho ancora disimparato l’arte di scacciare il lupo dalla tana”.

Ed era veramente così forte, che il lavoratore non metteva in dubbio che, nonostante gli anni, ella avesse ancora tanta forza da misurarsi con le belve della foresta.

Le ripetè l’offerta e la vecchia entrò. Sedette alla mensa di quella povera gente, e vi prese parte senza imbarazzo. Ma sebbene si mostrasse soddisfatta di poter mangiare del pane comune inzuppato nel latte, il marito e la moglie pensavano: “Di dove potrà venire questa vecchia pellegrina? Senza dubbio essa ha mangiato spesso dei fagiani in piatti d’argento, piuttosto che bevuto latte di capra in ciotole di terra”.

Talvolta essa alzava gli occhi guardandosi intorno come per riconoscere ogni angolo della capanna. Quella misera dimora con le pareti nude e il suolo di terriccio battuto, non era certo molto mutata. La vecchia mostrava persino ai suoi ospiti i segni ancora visibili di cani e cervi, che suo padre aveva fatto su le pareti per divertire i propri bambini. E in alto, su un asse, credeva di rivedere i cocci d’un vasello di terra, in cui essa un giorno mungeva il latte.

Ma l’uomo e la moglie pensavano: “Sarà vero che è nata in questa capanna, ma nella vita ha avuto da fare ben altro che munger latte di capra”.

Osservavano che spesso essa era assente col pensiero; guardava lontano; ed ogni volta che ritornava in sé sospirava penosamente.

Finito il pasto frugale si levò e ringraziando cortese per la cordiale ospitalità, si volgeva per andarsene.

Ma al vignaiuolo ella sembrò così misera e sola, ch’egli disse: “Se non erro era tua intenzione, quando sei salita quassù, di non abbandonare tanto presto la capanna. Se sei davvero così povera come sembri e se pensavi di finir qui i tuoi giorni, rimani. Ora vuoi andar via perché mia moglie ed io abbiamo preso possesso della capanna”.

La vecchia non negò: “Ma questa capanna che da tanti anni era abbandonata appartiene tanto a te quanto a me, ed io non ho nessun diritto di mandarti via”.

“Ma è la capanna dei tuoi genitori – disse il vignaiuolo; – e tu certo hai più diritto di me. Di più noi siamo giovani e tu sei vecchia. Perciò devi rimanere, e noi ce ne andremo”.

A queste parole la vecchia rimase molto stupita. Si volse e fissò l’uomo come se non comprendesse ciò che voleva dire.

Ma la giovane sposa soggiunse: “Se posso parlare anch’io, anch’io vorrei chiedere a questa donna di restar qui e di tenerci come suoi figli, perché noi possiamo aver cura di lei. Che vantaggio avrebbe se le lasciassimo la capanna e poi rimanesse sola? Sarebbe terribile per lei star in questa selvaggia solitudine. E di che potrebbe vivere? Sarebbe come se noi la condannassimo a morir di fame”.

La vecchia allora s’avvicinò, e osservando attentamente quei giovani chiese: “Perché dite così? Perché mi mostrate tanta pietà? Voi siete stranieri per me”.

“Perché anche noi un giorno abbiamo incontrato la pietà!”.

II

Così avvenne che la vecchia abitò la capanna e strinse grande amicizia con quei giovani. Nondimeno non diceva mai donde era venuta, né chi era; ed essi comprendevano bene che non sarebbe stato gentile il chiederlo.

Ma una sera, finito il lavoro e tutti e tre seduti davanti alla capanna, ecco un vecchio forte, alto, salire il sentiero. Aveva spalle da lottatore; un’espressione rude e fosca in volto; la fronte alta e ricurva sopra due occhi infossati; e in tutto l’aspetto una certa crudezza e un certo disdegno. Saliva diritto e spedito in una veste semplice; e il vignaiuolo vedendolo pensò subito: “Un legionario, forse congedato, che ora torna al paese”.

Lo straniero rimase un momento perplesso; ma il giovane che sapeva che il cammino terminava a un breve tratto dalla salita, disse: “Hai sbagliato strada a venire quassù? Nessuno s’arrampica fin qui se non per un’ambasciata a qualcuno di noi”.

L’uomo s’avvicinò: “Ho smarrito la strada e ora non so più dove andare. Se permetti ch’io mi riposi un poco, mi dirai poi che via devo prendere per arrivare a un certo podere, e ti ringrazierò”.

Sedette su una pietra davanti alla capanna, e chiese a quei giovani come passavano il tempo e che lavoro facevano. Essi risposero allegri e senza riserbo. Ma ad un tratto il vignaiuolo rivolse egli stesso alcune domande al nuovo venuto: “Come vedi viviamo fuori del mondo. È già un anno che non parliamo che con pastori e vignaiuoli. Non vorresti raccontarci, tu che vieni certo da qualche campo di battaglia, che c’è di nuovo a Roma e alla corte imperiale?”.

Qui la giovane osservò che la vecchia gettava uno sguardo ammonitore allo straniero, come per dirgli: “Sta’ attento a quel che dici”.

L’uomo rispose cortese: “Vedo che mi tieni per un legionario e davvero non hai torto, sebbene io sia da molto tempo fuori di servizio. Sotto Tiberio non c’è stato molto lavoro per noi guerrieri. Eppure egli era un grande capitano. Quelli erano giorni felici per lui! Ora non pensa che a difendersi dalle congiure. A Roma tutti dicono che la settimana passata, solo per un leggerissimo sospetto, ha fatto uccidere il senatore Tizio”.

“Povero imperatore! Non sa più quel che fa!” esclamò la giovane donna con accento di compassione.

“Hai ragione! – soggiunse lo straniero – Tiberio sa che tutti lo odiamo e questo lo trascina al delirio!”.

“Che dici? Perché dovremmo odiarlo? Noi deploriamo che non sia più il grande imperatore dei primi anni del regno!” esclamò ancora la giovane.

“Ti sbagli; tutti disprezzano e odiano Tiberio – soggiunse lo straniero. – E perché non lo dovrebbero? Non è che un tiranno senza ritegno; crudele… E a Roma si crede che in avvenire lo sarà ancor di più…”.

“Ha commesso forse qualche cosa per cui lo fanno un mostro ancor più terribile di prima?” chiese il giovane.

A questo punto la sposa osservò che la vecchia faceva di nuovo dei segni al legionario per metterlo in guardia; ma questi non se ne avvide e con uno strano sorriso continuò: “Forse hai udito che Tiberio aveva avuto finora un amico con sé, in cui poteva avere tutta la fiducia e che gli diceva sempre la verità, senza riguardo alcuno. Tutti coloro che vivono alla corte non sono che cacciatori di fortuna, ipocriti, che lodano e glorificano tutti i suoi atti, buoni o cattivi. Ma quella creatura che aveva vicino a sé, non temeva di farli comprendere il giusto valore delle sue azioni. Essa aveva più coraggio di tanti senatori e capitani, ed era la sua vecchia nutrice, Faustina”.

“Ma sì, sì, ho sentito parlare di lei – disse il vignaiuolo; – mi dicevano che l’imperatore aveva avuto per lei una grande amicizia”.

“Sì, Tiberio la conosceva bene; sapeva apprezzare la sua devozione, la sua fedeltà. Come una seconda madre trattava quella povera contadina venuta un giorno da una misera capanna dei monti della Sabina. A Roma la faceva abitare in una casa del Palatino per averla sempre vicina. Nessuna matrona, per quanto nobile, stava meglio di lei. Usciva in portantina; vestiva da imperatrice. Quando l’imperatore andò a Capri, ella dovette seguirlo ed egli le comperò una ricchissima casa di campagna, con oggetti preziosi e gran numero di schiavi”.

“Ha avuto davvero fortuna” disse il vignaiuolo che ora s’intratteneva da solo con il guerriero.

La sua donna osservava silenziosa e stupita i cambiamenti sul volto della vecchia. Essa non aveva aperto bocca e aveva perduto il suo aspetto dolce e gentile; e, messa da parte la ciotola, stava seduta presso lo stipite della porta, diritta, severa e quasi impietrita.

“Era volontà dell’imperatore ch’essa godesse una vita felice – continuò lo straniero; – ma nonostante il bene ricevuto, anche lei pare lo abbia abbandonato”.

La vecchia si scosse; ma la giovane posandole dolcemente la mano sul braccio per calmarla, cominciò a dir con la sua bella voce calda e soave: “Non credo che Faustina a corte fosse felice come dici. Sono certa che amava Tiberio come un figlio, ma posso comprendere quanto sarà stata orgogliosa della sua nobile giovinezza e quanto soffra ora nel vederlo preda del dubbio e della sfiducia. Lo avrà ammonito perché doveva esser terribile per lei pregarlo sempre invano, e vederlo peggiorare ogni giorno più”.

Lo straniero la guardò sorpreso mentre parlava adagio, umile, a occhi bassi.

“Forse hai ragione – rispose; – Faustina al palazzo dell’imperatore non sarà stata veramente felice; ma è strano che alla sua età così avanzata abbia abbandonato Tiberio dopo aver sopportato tutta la vita vicino a lui”.

“Che dici? Faustina l’ha abbandonato davvero?”.

“Sì, scomparve da Capri e nessuno sa perché. È andata via com’era venuta; senza prender nulla di tutti i suoi tesori”.

“E l’imperatore non sa dove sia andata?” chiese la giovane.

“No, nessuno sa con certezza che strada abbia preso. Si pensa che abbia cercato asilo sui monti del suo paese”.

“E nemmeno l’imperatore sa perché sia andata via?”.

“No, l’imperatore non sa nulla: non può credere che la ragione dell’abbandono sia per averle detto che anche lei lo serviva per denaro come tutti gli altri. Però ella sa che l’imperatore non aveva avuto mai alcun dubbio sul suo disinteresse e la sua abnegazione. Ora spera sempre che ritorni di sua volontà, perché nessuno più di lei sa che l’imperatore è proprio solo, senza un amico…”.

“Non la conosco – disse la giovane;- ma credo poterti dire perché Faustina avrà abbandonato l’imperatore. Essa è stata educata su questi monti alla semplicità e alla religione; ora desiderava forse di tornare, ma non avrebbe abbandonato l’imperatore se lui non l’avesse offesa. Comprendo che la vecchia Faustina, alla fine della vita, crede d’aver diritto di pensare a sé. S’io fossi una povera donna dei monti, avrei fatto probabilmente come lei. Avrei pensato d’aver servito abbastanza il mio signore, e avrei abbandonato ricchezze e grazie imperiale, perché la mia anima potesse godere un po’ di pace prima del viaggio eterno…”.

Lo straniero la guardò addolorato.

“Ma non pensi che ora l’imperatore sarà più che mai terribile? Ora non c’è più nessuno che riesca a calmarlo quando è attanagliato dal dubbio e pieno di cruccio per gli uomini. Pensa – continuò, fissando gli occhi in quelli della giovane,- pensa, non c’è nessuno in tutto il mondo ch’egli non disprezzi, ch’egli non odi, nessuno!!”.

A queste parole d’amara disperazione, la vecchia si volse rapida e impetuosa: “Tiberio sa che Faustina ritornerà appena egli lo desideri. Ma prima Faustina deve sapere che i suoi vecchi occhi non saranno più costretti a vedere né vizio né vergogna”.

Tutti si alzarono; ma il vignaiuolo e la moglie si posero davanti alla vecchia come per difenderla.

Lo straniero non disse più nulla; osservò la vecchia con uno sguardo interrogatore: “È questa la tua ultima parola?” pareva voler chiedere. Ma le labbra della vecchia tremarono, senza poter dire nulla.

“Se l’imperatore ha amato veramente la sua vecchia serva, allora le deve concedere la pace dei suoi ultimi giorni” finì la giovane.

Lo straniero rimase un momento perplesso, poi all’improvviso, schiarito in volto, esclamò: “Amici miei, per quanto si possa dire di Tiberio, c’è una cosa però che ha imparato meglio di qualunque altro, cioè: rinunciare! Ho da dirvi ancora questo: se la vecchia serva Faustina dovesse un giorno cercare questa capanna, accoglietela bene! La grazia dell’imperatore è per tutti quelli che la proteggono”.

S’avvolse nel mantello e s’allontanò donde era venuto.

III.

Dopo questo giorno non si parlò più di Faustina, né dell’imperatore. I due sposi si meravigliavano ch’essa, alla sua età, avesse avuto la forza di rinunciare a una vita di tante ricchezze e a cui era abituata. Tornerà ancora a Tiberio? Certo ella lo ama ancora. Forse lo ha lasciato nella speranza che la sua lontananza lo spinga a convertirsi.

“Un uomo vecchio come l’imperatore non rinuncerà mai a una simile vita – diceva il vignaiuolo. – Come vuoi guarire quel suo sconfinato sprezzo per gli uomini? Chi gli potrebbe insegnare ad amarli? Nessuno, se prima non si libera dal sospetto e dalla crudeltà”.

“Lo sai. Uno esiste che lo potrebbe – disse la giovane. – Penso che cosa accadrebbe se questi due s’incontrassero. Ma le vie del Signore non sono le nostre!”.

La vecchia non pareva rimpiangere la vita di agi; e quando nacque un bimbo ella non pensò più che al piccino, felice di dimenticare i propri dolori.

Ogni sei mesi essa, avvolta nel suo mantello grigio, scendeva a Roma; non cercava nessuno; andava diritta al tempio composto d’un solo altare ampio, libero sotto il cielo, circondato da mura. In alto troneggiava la statua della dea Fortuna, e ai piedi era la stele col busto dell’imperatore. Guardava se statua e busto fossero ornati di fiori; se vi fossero sacerdoti, se vi si facessero le preghiere e il fuoco sacro ardesse; poi, dopo aver ascoltato gl’inni sommessi dei sacerdoti, ritornava sui suoi monti. Così senza chieder nulla, sapeva che Tiberio era ancora in vita e stava bene.

Ma una volta, scesa a Roma, trovò il tempio abbandonato e disadorno; né fuoco, né fiori; solo alcune corone avvizzite ancora ai lati dell’altare, unico resto dell’antico splendore. Nessun sacerdote genuflesso davanti alla statua incustodita nel tempio negletto e guasto.

La vecchia rivolse la parola al primo che incontrò: “Che vuol dire? Tiberio è forse morto? Avete un altro imperatore?”.

“No – rispose lo sconosciuto;- Tiberio vive ancora, ma non si prega più per lui. Le nostre preghiere non possono più giovargli”.

“Amico, io abito molto lontano, sui monti, dove non si sa niente. Vuoi dirmi che disgrazia gli è capitata?”.

“La disgrazia più terribile! Una malattia sconosciuta in Italia, che pare venga d’oriente. Dopo questo male orribile, il suo volto è deforme; la voce è come quella d’un animale ringhioso, e le estremità gli cadono a pezzi, consunte. Non c’è salvezza. Forse morirà fra due settimane; ma anche se non muore, deve lasciare il trono perché un uomo così malato non può più regnare. Capisci che la sua sorte è segnata. Che vale supplicare gli dei? È anche inutile, perché non c’è più nulla né da sperare né da temere da lui. Perché darsi pensiero della sua salute?”.

E se ne andò. Ma la vecchia Faustina colpita dal dolore, per la prima volta si sentì accasciare e parve che gli anni finalmente avessero ragione di lei. Curva, tremante non si reggeva che a stento, annaspando e brancolando nell’aria. Voleva uscir di là, ma durava fatica a far qualche passo. Si guardò intorno per trovare un aiuto. Alcuni momenti dopo però riuscì a trascinarsi fuori, a vincere l’ambascia, finchè adagio adagio si riprese e rialzatasi, a passi fermi camminò per la strada fra la gente.

IV

Una settimana più tardi Faustina saliva la ripida collina rocciosa dell’isola di Capri. Faceva molto caldo, e la debolezza, gli anni e il dolore l’abbattevano assai, mentre s’arrampicava per i sentieri serpeggianti e i gradini delle rocce, che conducevano alla casa di Tiberio.

Il suo tormento cresceva vedendo tutto mutato. Non più schiere di gente per le scale; non più senatori portati lassù da giganti della Libia; non ambasciatori delle provincie, guidati dalle lunghe schiere di schiavi; non più gli illustri romani invitati alle feste.

Tutto era abbandonato: le scale, i corridoi. Solo le lucertole, unici esseri viventi, correvano su quelle pietre.

Era stupita che una malattia di poche settimane avesse cambiato tutto a quel modo. Fra gli spacchi dei marmi crescevano le erbacce e la gramigna; e le magnifiche piante rare avvizzivano nei vasi su la balaustrata spezzata in molte parti.

Ma più che tutto le sembrava strana l’assenza completa della gente: non sudditi, né guerrieri; non danzatrici, né musicanti; non più la folla dei cuochi e dei servi; né guardie di palazzo, né giardinieri, che appartenevano alle ville dell’imperatore.

Solo sull’ultima terrazza in alto, due vecchi schiavi seduti sui gradini davanti alla villa, davano segno di vita, e, vedendo arrivare Faustina, si alzarono inchinandosi alla donna.

“Salute a te, Faustina! Un dio ti manda per alleggerire la nostra disgrazia!”.

“Ma che c’è, Milo? Perché questo silenzio? Mi è stato detto che l’imperatore è ancora a Capri”.

“C’è; ma in che stato! Ha mandato via tutti gli schiavi, perché ha il sospetto che uno di noi gli abbia avvelenato il vino e il veleno gli abbia fatto venire quella malattia. Avrebbe scacciato anche noi due se non ci fossimo rifiutati di obbedirlo. E tu sai se abbiamo servito tutta la vita lui e sua madre, con fede!”.

“Ma non chiedo soltanto degli schiavi; dove sono i senatori, i capitani? Dove sono i suoi fidi, i cortigiani?…”.

Tiberio non vuol più nessuno, non vuol lasciarsi vedere più da nessuno. Il senatore Lucio e il capitano Macro della guardia del corpo vengono tutti i giorni a prendere i suoi ordini. Del resto nessun altro deve avvicinarlo”.

“Che dicono i medici?” chiese Faustina continuando a salire.

“Nessuno capisce questo male; non sanno neppure se l’ucciderà in poco tempo o lentamente. Posso dirti solo una cosa, Faustina: Tiberio morirà se continua a rifiutare di prender cibo per timore d’essere avvelenato e se continua a non dormire per timore che qualcuno lo uccida nel sonno. Se avrà fiducia in te, come prima, allora potrà mangiare e dormire. Potrai forse prolungare la sua vita”.

Lo schiavo la condusse per corridoi e cortili a una terrazza dove Tiberio usava passare molte ore del giorno per godere il panorama del golfo e del Vesuvio.

Quando vi giunsero, Faustina vide in fondo alla terrazza un essere terrificante: il volto gonfio, animalesco; mani e piedi fasciati da bende da cui le dita uscivano mezzo corrose. I vestiti polverosi e sudici. Non potendo reggersi in piedi si trascinava carponi. In quel momento giaceva immobile presso la balaustrata.

“Ma, Milo – esclamò la donna, – come mai un essere simile può fermarsi qui sulla terrazza dell’imperatore? Mandalo via!”.

Ma lo schiavo s’inchinava a quell’essere orrendo accovacciato in terra. “Cesare Tiberio, posso portarti finalmente una buona novella…”. E quando si volse a Faustina, indietreggiò e ammutolì perché non più la dignitosa matrona stava davanti a lui, ma una povera vecchierella rattrappita e ricurva, che brancicava intorno barcollante.

Lo schiavo aveva ben raccontato a Faustina che l’imperatore era terribilmente mutato; ma essa pensava di trovare un uomo ancora pieno di forza come l’aveva lasciato l’ultima volta. Aveva sentito dire che quel male progrediva lentamente e ci volevano degli anni per vincere la forza d’un uomo. Ma qui il male aveva fatto in poche settimane passi da gigante e aveva reso irriconoscibile quell’infelice.

Ella s’avvicinò a Tiberio piangendo e senza poter parlare.

“Sei finalmente venuta, Faustina – disse lui senza aprire gli occhi. – Sono qui, lo vedi; immaginavo che saresti venuta a piangere per me. Sei proprio tu? Non oso alzare gli occhi per timore che sia soltanto un sogno…”.

Allora Faustina gli sedette vicino, gli sollevò il capo e lo fece riposare sul suo grembo.

Tiberio rimase in silenzio senza guardarla. Un senso dolce di pace lo invase e alcuni momenti dopo s’addormentava tranquillo.

V.

Alcune settimane dopo uno schiavo risaliva i monti della Sabina. La sera scendeva e il vignaiuolo e la moglie guardavano il sole scomparire dietro l’orizzonte. Lo schiavo si avvicinò porgendo loro una borsa.

“Questa ve la manda Faustina, la vecchia per cui avete avuto tanta bontà. Vi manda anche a dire, che con queste monete potrete comperare una vigna e fabbricarvi una buona casa”.

“Vive ancora Faustina? – esclamò l’uomo. – L’abbiamo cercata dappertutto per questi monti. Non vedendola più, credevamo che fosse morta in qualche angolo di queste montagne”.

“Non ricordi che io non ho mai creduto che fosse morta? – disse la moglie. – Non te l’ho sempre detto, che sarebbe tornata dall’imperatore?”.

“Sì, è vero – soggiunse il marito, – e ne sono contento, non solo per Faustina salvata così dalla miseria, ma anche per il povero imperatore”.

Lo schiavo voleva ripartire subito per arrivare all’abitato prima di notte; ma gli sposi non lo lasciarono andare.

“Resta fino a domattina. Ci devi raccontare di Faustina. Com’è ritornata dall’imperatore? Come fu il loro incontro? Sono felici ora insieme?”.

Lo schiavo narrò tutto ciò che volevano sapere; e, finito di parlare vide gli sposi immoti, con gli occhi bassi, per non tradire una profonda commozione.

Finalmente il giovane disse alla moglie: “Non credi che questa sia la volontà di Dio?”.

“Sì, – rispose essa – per la sua volontà siamo venuti dal mare su questi monti, in questa capanna. Certo è la sua volontà che guidò Faustina alla nostra porta”.

“Amico – disse l’uomo allo schiavo; – dovresti portare un’ambasciata a Faustina. Dille parola per parola quel che ti dico. Tu hai visto la moglie del tuo amico vignaiuolo; hai visto com’è bella, fiorente e piena di salute; ebbene, essa pure un giorno aveva lo stesso male dell’imperatore”.

Lo schiavo restò muto; ma il vignaiuolo continuò: “Se Faustina rifiuta di credere alle mie parole, dille che io e mia moglie siamo venuti di Palestina, dove questa malattia è frequente. E là c’è una legge: i lebbrosi sono scacciati dalla città e devono abitare lontano, in solitudine. Mia moglie viene da genitori malati, ed è nata in una grotta. Da bambina era sana, ma fatta donna ammalò anche lei”.

Lo schiavo pareva dire: “Come vuoi che Faustina possa crederlo? Ha visto tua moglie così piena di salute e bella, ed essa sa bene che non v’è alcun mezzo per guarire questo male”.

L’uomo continuò: “Sarebbe meglio che credesse. Ma anch’io non ho testimoni; però se vuol mandare qualcuno a Nazaret tutti gli diranno che quel che dico è proprio vero”.

“Tua moglie è forse guarita per miracolo di qualche dio?”.

“Sì, – rispose il lavoratore – proprio così. Un giorno fra i lebbrosi si sparse la novella che in Galilea era un Profeta pieno di forza e di spirito divino, che poteva sanare i malati. Ma i malati, nella loro infinita miseria, non volevano credere. Una sola credette, e questa era una vergine. Essa partì per Nazaret. Un giorno, su la piana, incontrò un uomo giovane e pallido, i capelli a ciocche brune sulle spalle e gli occhi lucenti come due stelle. Prima di accostarsi, la vergine gli disse: “Non venirmi vicino, sono un’impura; ma dimmi, dove posso trovare il Profeta di Nazaret?”. L’uomo continuò ad andarle incontro: “Perché cerchi il Profeta?” “Perché posi la mano sulla mia fronte e mi risani”. Allora l’uomo le posò la mano sulla fronte: “Che vale che tu posi la mano? Tu non sei il Profeta”. Egli sorrise e le disse: “Va’, ora, e mostrati agli anziani e ai sacerdoti”.

Ma ella pensava: “Scherza perché credo di poter guarire”. Andò avanti e vedendo un giovane a cavallo che andava a caccia, lo fermò di lontano: “Non avvicinarti, sono un’impura; ma dimmi dove posso trovare il Profeta di Nazaret”. “Perché lo vuoi?” chiese il giovane. “Voglio che mi posi la mano sulla fronte e mi risani”. “Da che male?” chiese ancora il giovane. “Non vedi? Sono una impura; sono nata da genitori malati e vivo in una grotta.” “Ma tu sei la più bella fanciulla della terra di Giuda!” le disse il giovane. “Non scherzare anche tu; – esclamò la fanciulla – so che il mio volto è corroso e la voce è come quella di un cane ringhioso”. Ma lui la guardò negli occhi e disse: “La tua voce è soave come il mormorio del ruscello quando scorre sulla ghiaia a primavera, e il tuo volto è morbido e tenero come una tenue foglia di rosa”. E le si fece vicino perché ella si guardasse nelle borchie lucenti della sella.

“Che è questo? – esclamò la fanciulla – Non è il mio volto!”.

“Ma sì, è il tuo volto” disse il cavaliere.

Essa si volse accennando all’Uomo, che l’aveva risanata e chiese: “Sai dirmi chi è Colui che passa ora fra quelle piante, laggiù?”.

“È il Profeta di Nazaret”.

Essa battè le mani sorpresa e gli occhi le si riempirono di pianto: “Oh, Tu, Tu, Santo! Santo! Tu, Messo della potenza di Dio! Tu mi hai risanata!”.

Il cavaliere la prese in sella e la condusse nella città. Là si mostrò ai sacerdoti, agli anziani; ma essi sentendo che era nata da genitori ammalati e viveva in una grotta, le dissero: “Torna indietro, non puoi essere risanata, e resterai malata tutta la vita. Non venir fra noi a gettarci nella rovina”. Non la vollero dichiarare sana, e le proibirono di fermarsi comandando che tutti quelli che la proteggevano fossero dichiarati impuri.

Allora la fanciulla si volse al giovane: “E ora dove devo andare?”.

“Vieni – le disse lui prendendola di nuovo sul cavallo; – ce ne andremo lontani, al di là del mare, in un’altra terra, dove non vi sono leggi per i puri e gl’impuri. E lei…”.

Ma a questo punto lo schiavo l’interruppe: “Non dir più nulla; ho compreso tutto; mettimi su la strada che conosci bene, perché io possa far più presto a portare la novella a Tiberio e a Faustina”.

Al ritorno il vignaiuolo ritrovò la moglie ancora desta: “Non posso dormire – diss’ella; – Penso: come si incontreranno quei due? Quello che ama tutti e quello che tutti odia. È come se questo incontro debba scuotere il mondo dalle sue fondamenta”.

VI.

La vecchia Faustina era sulla via che conduce a Gerusalemme. Non aveva voluto affidare a nessuno l’incarico di cercare il Profeta e condurlo all’imperatore. Ciò che vogliamo da questo straniero, pensava, non si può ottenere né con violenza, né con doni. Ma forse Egli ce lo concede, se ci gettiamo ai Suoi piedi e gli diciamo la miseria dell’imperatore. E chi può pregarlo per Tiberio più di colei che soffre quanto lui della sua terribile disgrazia?

La speranza di poter salvare Tiberio aveva tanto ringiovanito Faustina, che essa fece il viaggio sino a Gerusalemme con la stessa facilità dei guerrieri romani e degli schiavi, che l’accompagnavano.

Questo viaggio riempiva il suo cuore di serena speranza e di gioia. Erano i primi giorni di primavera; smaglianti tappeti di fiori si stendevano ovunque, su la pianura di Saronne, sulle colline e sui monti della Giudea. E quando i nostri viandanti erano sazi di guardare i fiori dei campi, potevano posare gli occhi sui fiori bianchi e rosati degli albicocchi e dei peschi; sul verde scuro della vite, i cui tralci crescevano a vista d’occhio lungo il sentiero, che scendeva snodandosi sino alla valle.

Ma più gradite erano le numerose schiere di gente dirette a Gerusalemme. Venivano da tutte le strade, da tutti gli angoli più riposti e solitari della piana e del monte. S’unirono a tutti camminando con giubilo. Fra gli altri, c’era una famiglia numerosa come una tribù; il padre con molti figli e nipoti. Una vecchia madre portata a braccia dai figli, orgogliosa d’esser anche lei fra quei pellegrini, che rispettosamente si facevano da parte per lasciarla passare. Era uno spettacolo che riempiva di gioia anche le anime più tristi. Il cielo era soffuso d’un velo di nubi leggermente grigie, che mitigava la luce sfavillante del sole. Sotto quel cielo velato, il profumo dei fiori non erompeva a torrenti, ma si diffondeva lieve sulla strada e sui campi. Quella luce mite faceva pensare alla chiarità e alla pace della notte, mentre l’aria pareva comunicare la sua soave fragranza a tutti coloro che venivano solenni e bramosi.

Anche la vecchia Faustina era portata dalla loro brama e dalla loro gioia. Spingeva ella la cavalcatura dicendo al soldato romano: “Questa notte ho sognato Tiberio che mi pregava di far presto per arrivare oggi stesso a Gerusalemme. Pare che gli dei vogliano esortarmi a non sostare in questa bella mattina”.

Erano ora su la cima del monte, e là dovettero fermarsi. Nel mezzo della valle ombrosa coronata di bellissime colline, si ergeva una roccia su la cui cima spiccava Gerusalemme.

Ma la piccola città montana, incastonata come una gemma fra mura e torri sul piano della roccia, era coperta, in quel giorno, da una miriade di tende variopinte e di persone.

Faustina comprendeva che tutta quella turba di popolo andava a Gerusalemme per una grande festa. I più lontani erano già arrivati e avevano aperte le tende; i più vicini erano ancora in cammino. E su le alture luminose era un flusso continuo di vesti bianche, di canti, di voci, di giubilo.

Faustina mirava quella turba di gente e le innumeri tende dicendo al giovane romano che l’accompagnava: “Sulpicio, proprio tutti sono venuti a Gerusalemme!”.

“Davvero!” rispondeva il romano, scelto da Tiberio a compagno della donna, perché era vissuto alcuni anni in Giudea. “Tutti festeggiano la primavera e poi vanno a Gerusalemme!”.

Faustina riflettè un momento: “Mi fa molto piacere d’essere arrivata proprio oggi, che il popolo festeggia questo giorno. Gli dei ci proteggono. Non credi che Colui che cerchiamo, il Profeta di Nazaret, prenderà parte alla festa?”.

“Sì, forse è a Gerusalemme. Questa è proprio volontà degli dei. E puoi dirti felice di non esser costretta, sebbene forte e robusta come sei, a fare il viaggio sino in Galilea, che è lungo e faticoso”.

Passarono altri viandanti, e Faustina chiese se credevano che il Profeta fosse a Gerusalemme.

“L’abbiamo visto ogni anno in questo giorno – rispose uno di loro. – Certo ci sarà anche quest’anno, perché è un uomo molto pio e giusto”.

Una donna, accennando a oriente, disse:

“Vedi quel pendìo tutto a ulivi? Là i galilei hanno costume di aprire le tende, e là potrai avere novelle di Colui che cerchi”.

Ora s’avanzavano per un sentiero che serpeggiando scendeva a valle per risalire poi sulla vetta del monte di Sion, sino alla città.

Sul muro basso e largo che costeggiava la strada stavano a giacere molti mendicanti e storpi, che chiedevano l’elemosina ai passanti.

Una donna ebrea s’avvicinò a Faustina:

“Guarda – disse segnando un mendico sul muro – quello è uno di Galilea; ricordo d’averlo veduto fra i giovani discepoli del Profeta. Egli può dirti dove si trova Colui che cerchi”.

Faustina  e Sulpicio si spinsero verso quell’uomo, che aveva una barba folta quasi grigia, il volto abbronzato e le mani incallite dal lavoro. Non chiedeva elemosina, ma sembrava concentrato in così tristi pensieri, che non guardava nessuno e non sentiva neppure Sulpicio, che dovette ripetere più volte la domanda.

“Amico, mi hanno detto che sei un galileo. Dimmi, ti prego, dove posso trovare il Profeta di Nazaret”.

Il galileo si guardò intorno tremando; poi, comprendendo che cosa si voleva da lui esclamò adirato:

“Che dici? Io non so nulla di Lui. Io non sono un galileo!”.

La giovane ebrea soggiunse:

“Ma t’ho veduto parlare con Lui. Non aver timore, e dì a questa nobile romana, amica dell’imperatore, dove si può trovare Colui”.

Ma il galileo sempre più adirato: “Son tutti pazzi oggi? Lo spirito maligno li ha invasi? Uno dopo l’altro, tutti vengono a chiedermi di quell’Uomo! Perché non volete credere quando vi dico che non conosco il Profeta? Non vengo dal suo paese. Io non l’ho veduto”.

La sua collera colpì l’attenzione dei passanti, fra cui due mendicanti, seduti lì accanto, che cominciarono a contraddirlo:

“Ma sì, sì, tu appartieni ai Suoi! Sappiamo benissimo che sei venuto di Galilea con Lui!”.

Ma l’uomo tese le braccia verso il cielo, e protestò:

“Non ho potuto sopportare di rimanere a Gerusalemme, oggi, per causa di quell’Uomo, e ora non mi lasciate in pace neppure fra i mendichi? Perché non volete credere se vi dico che non l’ho mai veduto?”.

Faustina scosse le spalle: “Andiamo avanti. È pazzo, da lui non sapremo nulla”.

Continuavano a salire la costa del monte. Non erano oramai cha a pochi passi dalla porta della città, quando la donna ebrea fermò il cavallo di Faustina: un uomo giaceva in terra. Era miracolo se uomini e animali non gli erano già passati sopra: steso nella polvere dove la folla era più fitta; supino, con gli occhi semispenti rivolti al cielo; immobile, anche se spinto dalle zampe dei cammelli; coperto di cenci e lordo tutto e così affondato nel polverone, pareva volesse appiattarsi e scomparire per esser più facilmente calpestato.

“Che è questo? Perché sulla terra così?” chiese Faustina.

Colui in tono di lamento badava a mormorare:

“Abbiate misericordia di me, fratelli; guidate i vostri cavalli e le bestie su di me! Non vi scostate! Calpestatemi! Riducetemi in polvere! Oggi ho tradito un sangue innocente! Calpestatemi e riducetemi in polvere!”.

Sulpicio prese il cavallo di Faustina spingendolo da parte. “È un peccatore e vuole fare penitenza; non fermarti. Questa gente strana bisogna lasciarla andare per la sua strada”.

Il penitente continuava a pregare:

“Mettetemi i talloni sul cuore! Calpestate il mio petto coi vostri cammelli e che gli asini passino sui miei occhi!”.

Ma Faustina volle tentare di rimuoverlo di lì.

Si fermò vicino a lui, ma l’ebrea le disse subito:

“Anche quest’uomo è un seguace del Profeta. Vuoi che gli domandi dov’è il Maestro?”.

Faustina accennò di sì.

“Che avete fatto voi galilei del vostro Maestro? Vi trovo tutti sparsi per queste strade, e Lui non lo vedo!”.

A queste parole l’uomo si levò in ginocchio:

“Che spirito maligno ti spinge a chiedermi di Lui? – disse colui con voce disperata. – Non vedi che mi sono sepolto nella polvere per essere calpestato? Non ti basta? Devi anche chiedermi che ho fatto di Lui?”.

“Non capisco di che mi rimproveri – disse la giovane ebrea. – Volevo soltanto sapere dov’è il tuo Maestro”.

Ma colui scattò in piedi, ficcò l’indice nelle orecchie:

“Guai se non mi lasci morire in pace!” e si fece strada tra la folla gridando di terrore, mentre le vesti luride sventolavano come due ali nere.

“Mi pare d’esser venuta nel paese dei pazzi! – esclamò Faustina colpita a quella vista. – Un uomo che ha tali discepoli che potrebbe fare per l’imperatore?”.

Anche la giovane ebrea era molto triste, e disse a Faustina:

“Signora, non indugiarti a trovare Colui che cerchi. Temo gli sia sopraggiunta qualche grave disgrazia, perché i suoi sono tutti impazziti e non possono parlare di Lui”.

Faustina e il suo seguito passarono finalmente l’arco della porta ed entrarono in una stradicciuola stretta, scura, brulicante di popolo. Sembrava impossibile poter entrare nel cuore della città, e tratto tratto dovevano fermarsi. Invano gli schiavi e i guerrieri tentavano di aprirsi un varco. La calca sempre più compatta si moveva come un’onda continua.

“Davvero – disse Faustina a Sulpicio, – le strade di Roma sono giardini tranquilli a paragone di queste!”.

Sulpicio, notando le difficoltà insormontabili di passare a cavallo, propose a Faustina d’andare a piedi:

“Se tu non fossi troppo stanca, direi d’andare a piedi al palazzo del governatore. È molto lontano, e se andiamo così a rilento arriveremo a notte”.

Scesero da cavallo e allora fu più facile avanzare; e qui Sulpicio mostrò a Faustina la via che dovevano prendere: “Guarda laggiù – disse – è quella; appena là saremo subito al palazzo”.

Ma alla voltata le difficoltà aumentarono. Al crocicchio della via larga e diritta che conduceva al palazzo del governatore e poi su fino al Golgota, ecco un prigioniero, che doveva esser crocifisso.

Lo seguiva un lungo stuolo di gente; davanti a tutti un gruppo di giovinastri brutalmente chiassosi e allegri per lo spettacolo che li attendeva e che non era molto frequente; dietro, con larghe tuniche nobiliari i magnati della città; poi folla d’uomini e donne, fra cui alcune piangenti; poi mendicanti e storpi, che gettavano altissime grida disperate: “Oh, Dio! Salvalo! Manda il tuo angelo a salvarlo! Manda un aiuto a tanta ambascia!”.

I guerrieri romani, su i grandi cavalli, vigilavano che nessuno per pietà tentasse di liberare il prigioniero. In coda venivano i carnefici, che avevano gettato sulle spalle al Poverino una croce pesante, sotto il cui peso Egli s’accasciava tenendo il capo tanto basso, che nessuno poteva vederlo in volto.

Faustina vedeva con quanta pena il Poveretto camminava, e stupì del mantello di porpora e della corona di spine, conficcata sul capo.

“Chi è quest’Uomo?”.

Qualcuno lì vicino rispose:

“È uno che voleva farsi imperatore”.

“Allora deve morire per una cosa assai poco degna d’essere desiderata! – disse Faustina con grande tristezza.

Il condannato barcollava sotto la croce, e si trascinava sempre più con fatica. Gli sgherri gli avevano legato una corda al fianco tirandolo perché s’affrettasse; ma ad uno strappo troppo forte l’Uomo cadde sotto la croce.

Vi fu una grande agitazione. I cavalieri romani a fatica trattenevano la folla che non liberasse il Condannato; e puntavano le lance contro due donne corse a difenderlo, mentre gli sgherri lo percuotevano e lo spingevano per obbligarlo a levarsi. Finalmente uno di loro alzò la croce. Allora l’Uomo alzò il capo e Faustina potè vederlo in volto. Dalla fronte ferita dalla corona stillavano sangue e sudore; i capelli ricadevano a ciocche in disordine, bagnate da quel sudore e da quel sangue; la bocca chiusa tremava e pareva ricacciare indietro un grido d’angoscia; gli occhi, pieni di lacrime, quasi spenti dal martirio. Ma dietro a quel volto di dolore Faustina ebbe la visione d’un altro volto pieno di bellezza, di maestosa soavità, e fu presa all’improvviso da una pietà così immensa, così profonda, da una commozione così ineffabile per il martirio e l’umiliazione di quello Straniero, che esclamò:

“Oh, povero Uomo, che ti hanno fatto?” e fece un passo verso di lui, mentre il pianto le saliva agli occhi. Poi dimenticando le proprie pene per il tormento del Poveretto, s’avvicinò come le altre donne per strapparlo ai carnefici.

Il Prigioniero la vide tendersi e spingersi verso di Lui, che pareva aspettare da lei protezione e salvezza contro coloro che lo martoriavano.

Abbracciò le ginocchia di Faustina e si strinse a lei come un figlio, che si salva fra le braccia materne.

E come un figlio lo teneva avvinto, la donna, piena di profonda beatitudine che Egli avesse cercato riparo far le sue braccia. Gli accarezzava la fronte e passava la sua fine pezzuola di lino fresco sul suo volto per asciugargli la fronte, il sudore, le lacrime e il sangue.

Ma gli sgherri, pronti con la scure, alzata la croce, s’avvicinavano irosi per trascinarlo via. Allora il Condannato a morte, docile e mite, sospirò con dolore sentendosi strappare da quel soave riposo e da quel rifugio. Ma Faustina s’avviticchiò a Lui implorando:

“No, non portatemelo via! Non deve morire! Egli non deve morire!”.

Ira e dolore s’alternavano  nel suo petto e voleva seguirlo; ma fatti pochi passi per contenderlo agli sgherri, cadde presa dalla vertigine.

Sulpicio la portò a braccia nella vicina botteguccia di un buon uomo compassionevole, cui disse: “Oggi ha fatto una strada lunga, e poi la folla e la fatica sono state troppo per lei. È molto vecchia e sebbene forte, alla fine anch’essa deve cedere agli anni!”.

“Ma oggi è una giornata terribile anche per chi non è vecchio, – rispose l’uomo. – L’aria è opprimente e non mi stupirei se venisse un temporale”.

Sulpicio adagiò Faustina, che stanca di fatica e di commozione s’addormentò con respiro regolare e tanquillo.

Allora il soldato si fece sull’uscio a veder passare la gente aspettando che Faustina si destasse.

VII.

Il governatore aveva una moglie giovane. La notte antecedente l’arrivo di Faustina, la moglie del governatore aveva fatto molti sogni. Sognava d’esser sul tetto della sua casa e di guardare dalla balaustrata giù nel cortile che, secondo l’uso orientale era spazioso, bello e tutto a marmi, ornato di magnifiche piante. Ma nel guardar giù essa vide una strana folla di appestati carichi di bubboni; di lebbrosi, dal volto corroso; di storpi, che si torcevano sotto gli spasimi. Tutti volevano entrare e battevano al portone per farsi aprire. Alla fine uno schiavo di guardia aprì e chiese: “Che volete?”

“Cerchiamo il Profeta di Nazaret, che Dio ha mandato in terra. Lui è il signore dei tormentati. Dov’è, chè ci deve liberare da tutti i mali?”

Ma lo schiavo, superbo e indifferente come tutti i servi di palazzo, respinse quegli infelici:

“Che vale che voi cerchiate il grande Profeta? Pilato l’ha fatto uccidere”.

Allora s’udirono pianti e stridor di denti. La giovane dormente pianse essa pure nel sonno e il pianto la destò. Ma s’addormentò di nuovo e di nuovo guardava in sogno giù nel cortile, e questa volta lo vedeva pieno di pazzi, di ossessi, di spiritati mezzo ignudi o avvolti nei loro capelli; alcuni credendosi animali, altri trascinanti grosse pietre che credevano preziosi tesori; altri persuasi che un demone parlava per bocca loro. Ed essi pure picchiarono con grande fracasso al portone e il guardiano anche a questi chiedeva: “Che volete?”.

E tutti ad una voce:

“Cerchiamo il Profeta, che Dio ha mandato in terra per guarire la nostra anima e il nostro pensiero”.

“Chiedete invano! Pilato l’ha ucciso”.

A queste parole tutti gettarono un grido che sembrò un ululato di belve, e nella loro disperazione si colpivano o si sbranavano a sangue, e il sangue correva sulle pietre.

A tutta quella miseria la donna che dormiva si sentì pure disperare e si destò. Ma di nuovo prese sonno, e di nuovo tornò l’incubo angoscioso: eccola ancora sul tetto della casa con le schiave intorno, mentre gli alberi in fiore lasciavano cadere le corolle bianche e rosate; e le roselline rampicanti mandavano un dolce profumo soave.

Una voce disse alla donna: “Va alla balaustrata e guarda giù nella corte. In sogno essa si rifiutava di guardare, dicendo: “Non voglio!”.

Ma nello stesso momento un fragor di catene e di martelli pesanti faceva cessare i canti e i suoni delle schiave, che corsero alla balaustrata. Anche la giovane donne non potè rimanersene tranquilla e guardò giù. Vide prigionieri stretti nelle catene; quelli che lavoravano in fossati tenebrosi; quelli che remavano nelle galee crociate con remi di ferro; i condannati alla crocifissione, che trascinavano le pesanti croci; altri condannati al capestro; vedeva i deportati in terre straniere, con gli occhi riarsi da un ardore nostalgico. Vide tutti i condannati al lavoro forzato come bestie da soma, col dorso sanguinante dal flagello.

E tutti questi sciagurati gridavano:

“Apri! Apri!”.

Ma il guardiano, facendosi sul portone:

“Che cercate?”.

“Cerchiamo il Profeta di Nazaret venuto in terra a redimerci e a darci la libertà e la gioia di vivere!”.

Ma la medesima risposta s’udiva:

“Non lo potete trovare. Pilato l’ha fatto uccidere!”.

La donna che dormiva sentì in sogno le bestemmie e lo scherno implacato di quei derelitti, e la terra e il cielo tremare, mentre ella stessa dallo spavento si destava.

“Ora non voglio dormire più! Basta! – disse sedendo sul letto. – Voglio star desta, e non veder più quelle torture!”.

Ma il sonno la riprese subito e in sogno rivide il suo bambino sul tetto della casa. E sentì ancora la voce che le diceva: “Va alla balaustrata!” e in sogno essa rispondeva: “Ho visto oggi troppe cose orribili! Non sopporto più. Voglio rimanere  dove sono”. Ma il fanciullo giocando gettava una palla nel cortile e s’arrampicava sul parapetto per vederla; spaventata la madre corse e vide giù nel cortile tutti i feriti di tutte le guerre; le membra storpie, dilaniate, grondanti sangue che correva sul marmo. E con loro, gli orfani della guerra; vedove e vecchi, che cercavano invano i figli perduti sul campo. Anch’essi battevano al portone:

“Apri! Apri!”.

“Che cercate in questa casa?”.

“Cerchiamo il Profeta di Nazaret, che deve liberare il mondo dalla guerra; e delle spade e delle lance deve fare aratri, falci, erpici per lavorare la terra”.

Allora lo schiavo guardiano impazientito:

“Non tormentatemi! Ve l’ho detto, il grande Profeta non è qui. Pilato l’ha fatto uccidere”.

La dormiente allora si gettava dalla balaustrata per non sentir più nulla di quella miseria, e nell’impressione della caduta si destava sul pavimento.

Rimessasi nel letto riprese subito sonno.

Ancora si trovava appoggiata al parapetto della balaustrata con un uomo vicino, a cui raccontava i sogni, e sentiva una voce che diceva: “Guarda giù la gente, che aspetta nella corte”.

Essa pensava: “Non voglio guardare. Oggi ho visto tanti sciagurati!”.

Ma l’uomo, ch’era suo marito, le fece un cenno: “Conosci quell’uomo?”.

Essa vide la corte piena di cavalieri e di schiavi, intenti a togliere il carico dai cammelli. Pareva fosse arrivato un gran signore. All’ingresso stava lo straniero; un vecchio alto, con spalle larghe e una faccia triste e scura. La giovane lo riconobbe subito: “È Tiberio, imperatore, venuto anche lui a Gerusalemme. Non può esser che lui”.

“Credo anch’io di riconoscerlo” disse il marito e fe’ cenno alla moglie di tacere per udire quel che dicevano. Il guardiano aprì allo straniero:

“Chi cerchi?”.

“Cerco il Profeta di Nazaret, che Dio ha dotato d’una forza miracolosa. L’imperatore Tiberio lo chiama perché lo risani d’un orribile male che nessuno può guarire”.

Detto questo lo schiavo di guardia s’inchinò triste.

“Signore, non adirarti; ma il tuo desiderio non può essere appagato!”.

Allora l’imperatore fece portare dagli schiavi molti gioielli e pietre preziose, tazze ricolme di perle e sacchi d’oro.

“Tutti quei tesori appartengono a Lui, se guarirà Tiberio. Con questo potrà beneficare tutti i bisognosi del mondo”.

Ma il guardiano inchinandosi ancora:

“Signore non adirarti, ma il tuo desiderio non può essere esaudito”.

Ancora l’imperatore fece portare da due schiavi delle vesti splendenti d’oro e di gemme, e disse:

“Ecco che cosa gli offro: il potere sulla terra di Giuda. Egli guiderà il suo popolo, ma prima risani Tiberio”.

Ma il guardiano s’inchinò sino a terra:

“Signore, non è in mio potere obbedirti”.

L’imperatore fece portare una corona d’oro e un mantello di porpora:

“Ecco, questa è la volontà dell’imperatore. Egli giura di farlo suo erede e dargli la signoria del mondo secondo la volontà del suo Dio. Ma prima stenda la sua mano sul volto dell’imperatore, e lo risani…”.

Lo schiavo si gettò ai piedi dell’imperatore e con voce di pianto esclamò:

“Signore, non posso, non posso! Colui che cerchi non è più. Pilato lo ha ucciso!”.

***

Quando la giovane donna si destò era giorno chiaro, e le schiave le stavano intorno per aiutarla ad abbigliarsi. Era taciturna; chiese se il marito fosse già levato, e seppe che era stato già chiamato in giudizio per un colpevole.

“Vorrei parlargli!”.

“Signora, non si può; ora è in consiglio; glielo diremo appena sarà uscito”.

Ma la donna chiese: “Qualcuna di voi ha udito parlare del Profeta di Nazaret?”.

“È un ebreo che fa i miracoli?” domandò una schiava.

“È strano, signora – disse un’altra – che tu domandi di Lui proprio oggi. Appunto per Lui il governatore è stato chiamato in giudizio”.

Allora la giovane moglie pregò che andasse subito a informarsi di che fosse colpevole.

La schiava tornando raccontò: “Lo incolpano di volersi far re di questa terra e vogliono che il Governatore lo condanni ad esser crocifisso.

La giovane esclamò, agitata: “Voglio parlare subito col mio sposo, altrimenti oggi accadrà una terribile disgrazia”.

Ma quando le schiave risposero che non si poteva parlare al governatore, ella pianse in silenzio. Solo una di loro s’intenerì: “Vuoi che tenti di portare un’ambasciata al tuo sposo?”.

La giovane scrisse alcune parole a Pilato. Nondimeno ella non potè vederlo da sola, perché quando il Governatore tornò, era l’ora del banchetto, dove erano invitati alcuni romani giunti in quel giorno in Gerusalemme, fra cui un capitano e un giovane maestro di eloquenza.

Ma il banchetto non era molto allegro. La giovane sposa sedeva in silenzio oppressa da un pensiero. Gli ospiti chiedevano se si sentisse male; ma il Governatore romano, ridendo dell’ambasciata della mattina, si burlava della moglie, che aveva creduto che un Governatore romano si sarebbe lasciato intenerire nei suoi giudizi dai sogni d’una donna.

Essa rispose tranquilla e triste: “Ma questo non è un sogno! È un avvertimento degli dei! Avresti dovuto lasciar vivere quell’Uomo; almeno per oggi ancora!”.

Era tanto triste la giovane sposa, che nessuno potè rasserenarla, sebbene tutti si fossero dati premura di scacciarle i neri fantasmi dal capo.

Ma poco dopo uno di loro osservò: “Che è? Siamo seduti da tanto tempo che si fa già scuro? Siamo già all’ora di notte?”.

Allora tutti notarono che davvero scendevano le ombre della sera. Più che altro era strano il gioco dei colori: ovunque si stendeva un velo; le cose perdevano lentamente i contorni; tutto si faceva grigio, uniforme. Anche i volti si perdevano a poco a poco nel buio.

“Sembriamo fantasmi – disse il giovane oratore con un brivido; – le nostre guance sono grigie e le labbra nere”.

Anche la donna a questa oscurità fu presa del raccapriccio: “Ah amico! Vedi ora se gli immortali ti volevano ammonire! Sono adirati perché hai condannato a morte un innocente. Ma forse puoi ancora salvarlo! Anche se è crocifisso non sarà ancor morto. Fallo togliere dalla croce! Curerò io le sue ferite. Lascialo in vita!”.

Ma Pilato rise: “Sì, questo è forse un segno degli dei, ma il sole non perde la sua luce perché un pazzo giudeo è condannato a morte! Invece dobbiamo aspettarci cose molto gravi per l’impero. Chi può sapere quanto tempo il vecchio Tiberio…”.

Non finì la frase. L’oscurità era così fonda che non vedevano più nulla. Pilato fece portare i lumi, e quando fu chiaro gli ospiti guardandosi in volto constatarono la profonda tristezza che s’era impadronita di loro.

“Guarda – disse un po’ sconcertato Pilato alla moglie, – con i tuoi sogni t’è riuscito davvero di scacciare il nostro buon umore. Ma se proprio non vuoi pensare ad altro, raccontaci almeno i tuoi sogni”.

Ella non chiedeva di meglio. Mentre narrava, il volto degli ospiti diventava sempre più fosco. Non bevevano più, sedevano accasciati l’uno davanti all’altro. L’unico che ancora ridesse e scherzasse era Pilato.

Quando la giovane donna tacque, l’oratore disse: “Davvero questo è più che un sogno, perché oggi non ho visto Tiberio, ma ho visto la sua vecchia amica Faustina, e anzi mi meraviglio che non sia ancora qui”.

“È proprio vera la notizia che l’imperatore è preso da una terribile malattia – osservò il capitano. – Anche a me sembra che il sogno sia proprio un avvertimento”.

“Non mi par tanto strano che Tiberio abbia mandato a chiamare il Profeta” continuò l’oratore.

Il capitano si volse serio a Pilato: “Se così fosse, se Tiberio avesse davvero mandato a chiamare l’Uomo dei miracoli, meglio per tutti noi allora sarebbe che lo trovasse in vita”.

“Oh è questa oscurità che vi fa diventare dei ragazzi! – esclamò adirato il Governatore. – Mi sembrate mutati in tanti indovini…”.

Il capitano insistette: “Sarebbe forse possibile salvarlo ancora se mandi immediatamente qualcuno…”.

“Ma volete proprio che il popolo si faccia beffe di me? Di’, tu, che diventerebbero qui diritto e ordine se si sapesse che il Governatore fa graziare un colpevole perché la moglie ha avuto un brutto sogno…”.

“Ma è verità e non è sogno, che ho visto Faustina a Gerusalemme” soggiunse l’oratore.

“Prendo su di me la responsabilità della mia condotta davanti all’imperatore – disse Pilato. – Capirà che questo Profeta che si lascia maltrattare dai miei servi, senza ribellarsi, non avrebbe il potere di risanarlo…”.

E un tremendo fragore scosse il palazzo. Il palazzo non cadde, ma da tutte le parti s’udì un rovinar di case e di colonne. Il governatore chiamò un servo: “Corri al campo della giustizia e comanda in mio nome che il Profeta di Nazaret venga tolto dalla croce”.

Lo schiavo partì. Gli ospiti uscirono sul peristilio per esser all’aperto se il terremoto battesse ancora. Nessuno osava parlare, e tutti attendevano ansiosi il ritorno del servo.

Lo schiavo tornò: “L’hai trovato in vita?” “Signore! È morto nel momento in cui batteva il terremoto”.

Nel momento stesso due colpi scossero il portone del palazzo. Tutti scattarono e subito fu annunciato: “La vecchia Faustina e Sulpicio vengono in nome dell’imperatore a pregarti di aiutarli a trovare il Profeta di Nazaret”.

Un leggero sussurro s’udì sotto il peristilio. Quando il Governatore alzò il capo e si guardò attorno, gli amici l’avevano abbandonato come un uomo caduto in disgrazia.

***

La vecchia Faustina era tornata a Capri. Nella sua assenza il male era orrendamente progredito, e la donna osava appena guardare l’imperatore.

“Se i celesti avessero misericordia di me – diceva ella – avrebbero dovuto farmi morire prima di esser costretta a dire a questo sciagurato che ogni speranza è perduta”.

Con grande sorpresa Tiberio l’ascoltò. Quando gli disse che il Grande dei miracoli era stato crocifisso il giorno stesso in cui essa arrivava a Gerusalemme, e che era stata vicina a salvarlo, essa cominciò a piangere. Ma Tiberio soggiunse: “Te ne fai un cruccio? Ah, Faustina! Un’intera vita a Roma non ti ha tolto la fede nei magi e nei miracoli, che hai assorbito sui tuoi monti?”.

Allora la vecchia nutrice comprese che Tiberio non aveva avuto mai una vera speranza nel Profeta di Nazaret.

“E perché allora mi hai fatto fare questo viaggio, se lo hai ritenuto sempre inutile?”.

“Tu sei il mio unico amico – rispose Tiberio; – perché avrei dovuto negare a te di esaudire questo desiderio, finchè era in mio potere di concedertelo?”.

Ma la donna non voleva ammettere che l’imperatore l’avesse ingannata.

“Vedi? Questa è la tua vecchia astuzia – esclamò fuori di sé. È questo ch’io non posso sopportare in te”.

Non avresti dovuto tornar qui; avresti dovuto rimanertene nei tuoi monti” concluse Tiberio.

Sembrava che i due venissero a parole; ma la collera della vecchia nutrice svanì ben presto. Non erano più i tempi in cui essa poteva sopportare una discussione con l’imperatore. Abbassò la voce, dicendo: “Ma quest’Uomo era davvero un Profeta. Quando i miei occhi incontrarono i Suoi, mi parve di vedere in Lui un Dio. Mi sentivo impazzire all’idea che dovesse morire!”.

“Sono lieto che tu l’abbia lasciato morire. Era colpevole di lesa maestà e un agitatore di popoli”.

Faustina stava per adirarsi, ma disse soltanto: “A Gerusalemme ho parlato con molti suoi amici; non ha commesso la colpa che si dice”.

“Anche se non ha commesso questa colpa, non era certo meglio di qualunque altro – disse l’imperatore stanco. – Dov’è l’uomo che in vita sua non abbia meritato almeno mille volte la morte?”.

Allora Faustina parve decisa a una cosa che l’aveva tenuta finora perplessa: “Voglio darti una prova della Sua potenza. Ti raccontai che avevo messo la mia pezzuola sul Suo volto. È la stessa che tengo in mano. Vuoi vedere il Suo volto?” e stese il pannolino davanti agli occhi dell’imperatore.

L’imperatore vi scorse i leggeri contorni d’un volto. Intanto la voce della donna tremava di commozione: “Quest’Uomo vide che l’amavo; non so per quale potenza Egli lasciò qui impressa la Sua immagine. Ma i miei occhi si riempirono di lacrime quando la videro la prima volta”.

L’imperatore osservava l’immagine che sembrava fatta di lacrime e di sangue con l’ombra del dolore. A poco a poco il volto usciva dai suoi contorni sempre più distinto come impresso in un Sudario. Tiberio vedeva il sangue; vedeva le lacrime; la corona di spine; i capelli molli di sudore e la bocca, che pareva tremare sotto il martirio.

Tiberio si chinava sempre più attirato da quell’immagine. Sembrava che quel volto gli venisse incontro. Ad un tratto anche gli occhi parvero muoversi luminosi, come fossero vivi ed esprimere il tormento ineffabile e la purezza, la nobiltà che l’imperatore non aveva mai conosciuto.

Tiberio assorbiva in sé quell’immagine: “È questo un Uomo? – mormorava. – È questo un Uomo?”.

E pianse: “Io piango la Tua morte, o Straniero!”.

Poi rivolto alla donna esclamò: “Faustina, perché hai lasciato morire quest’Uomo? Egli mi avrebbe risanato!”.

E di nuovo fu tutto assorto nell’ammirazione di quell’immagine. Poi cadde in ginocchio davanti ad essa: “Oh, Uomo! Tu sei Colui che non avrei mai sperato di vedere!”. E accennando a sé, al suo male, al volto e alle mani, continuò: “Io e tutti noi non siamo che animali selvaggi; siamo dei mostri, ma Tu, Tu solo sei l’Uomo!”.

E il suo capo toccò la terrà.

“Abbi misericordia di me; o Sconosciuto! – e le lagrime bagnarono il suolo: – Se Tu fossi ancora in vita, anche solo il Tuo sguardo m’avrebbe risanato!”.

La povera Faustina si spaventava ora di quel che aveva fatto. Era più prudente nascondere quell’immagine all’imperatore, pensava, e ora temeva che quella disperazione fosse troppo forte per lui. Allora nella sua ambascia sottrasse quell’immagine a Tiberio. Questi alzò il volto ed ecco i suoi tratti erano cambiati ed egli era sano come prima. Sano come se nessun male l’avesse mai alterato; come se nessun male avesse mai avuto origine dall’odio e dal disprezzo degli uomini. Appena l’amore e la pietà erano entrati nel suo cuore, anche odio e disprezzo erano fuggiti dall’animo di lui.

***

Il giorno dopo Tiberio mandava tre messi: uno a Roma, comandando al Senato di esaminare come il Governatore teneva la Palestina, e si punisse se avesse trattato il popolo con crudeltà e condannato degli innocenti. Il secondo al vignaiuolo e alla moglie, per ringraziarli del consiglio e compensarli e raccontar loro tutto ciò che era avvenuto. Quando i due sposi udirono il fatto piansero in silenzio, ma la moglie esclamò: “Sempre avevo pensato: che sarebbe accaduto se questi due un giorno si fossero incontrati? Colui che amava tutti gli uomini e l’altro che tutti li odiava?”.

Il terzo messaggio fu mandato in Palestina per prendere alcuni discepoli del Profeta, e portarli in Italia per estendere la dottrina ch’Egli aveva predicato.

Quando i messi del Signore arrivarono a Capri, Faustina giaceva sul suo letto di morte; ma essi poterono battezzarla in nome del Grande Profeta, e nel battesimo le fu imposto il nome di Veronica, perché a lei era stata concessa la grazia di portare agli uomini la vera Immagine del Salvatore.

Selma Lagerlöf, «Il Sudario della Veronica» da Le leggende di Gesù, trad. Alberta Albertini, La Nuova Italia, 1929, pp. 79-119.

 


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