1943

Don Carlo Gnocchi, Cristo tra gli alpini, Ancora, pp.77-79, 1999, Milano, Italia.

Ho veduto il Cristo!

Volere o no, siamo tutti, quanti siamo uomini sulla terra, inquieti appassionati e non mai sazii cercatori della faccia di Dio. Al fondo di ogni fede, anche la più ferma e compatta, è facile trovare l’audace impazienza e la pretesa febbrile dell’Innominato. “Dio, Dio, Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi!..”.

Le pagine vaste e solenni della Bibbia (nonostante l’antico e chiaro avvertimento di Dio: “Nessuno potrà vedere la mia faccia e vivere”) sono a ogni momento solcate dalla luce e dal fremito di queste alte e squillanti invocazioni.

Implorano: “Mostraci, o Signore, il tuo volto”. Propongono ostinatamente: “Io cercherò sempre la tua faccia, o Signore”. Comandano: “Cercate sempre il Signore, cercate sempre il suo volto”. Sospirano accoratamente: “Quando o Signore verrò a vedere la tua faccia?”

L’Incarnazione rispose praticamente a questa urgente e umanissima esigenza di visibilità e concretezza. Ma Gesù rimase troppo poco in mezzo a noi e sulle vie di questo finito e abitabile mondo per riuscire a saziare la fame del suo adorabile volto e per spegnere la sete inquietante dei suoi occhi caldi e parlanti, dai quali la divinità si affacciava sul mondo.

Anch’io ho sempre cercato le vestigia del Cristo sulla terra, con avida, insistente speranza. E mi era parso veder balenare il suo sguardo negli occhi casti e ridenti dei bimbi – lembi di cielo mattutino e ventoso di primavera – trasparire opaco, come dietro un velo di alabastro, nel pallido e stanco sorriso dei vecchi, illuminato già dalla pace di remote e dolci regioni.

Avevo cercato di cogliere l’accento della sua voce nel discorso dolente e uguale dei poveri e degli afflitti e mi era sembrato più volte che la sua ombra leggera mi avesse sfiorato nel crepuscolo fatale dei morenti. (Quegli occhi ansiosi di luce, quel viso solcato dal dolore, quell’affanno pesante del respiro, erano cose tanto ‘sue’..).

Ma quelli erano soltanto aspetti diversi e lontani del tuo volto, o Gesù, né mi riusciva di comporli a vita e unità permanente. Bisognava forse che suonasse l’ora grande della guerra. L’ora della tua agonia più acuta, o Signore. E pure l’ora della tua irresistibile manifestazione al mondo.

Era un ferito grave e già presso a morire. Quando gli tolsero adagio, devotamente, la giubba, apparve la veste atroce e gioconda del sangue, che, come un velo liquido e vivo, fasciava e rendeva brillanti le membra vigorose.

Senza parlare mi guardò. I suoi occhi erano colmi di dolore e di pietà, di volontà decisa e di dolcezza infantile. Al fondo vi tremava, attenuandosi, la luce di visioni beate e lontane. Come di bimbo che si addormenta poco a poco.

Non altrimenti dovette guardare Gesù dall’alto della croce.

Quel volto chiaro e virile dell’alpino, sotto la cornice scura dei capelli scomposti e con l’ornamento così conveniente della barba incolta, diceva un dolore così vergine e forte , un’offerta così cosciente e pudica, una dignità così umile e regale, una domanda tanto discreta di compassione e di aiuto, che ne provai improvviso il brivido gaudioso e lancinante della Veronica, quando vide prodigiosamente fiorire il volto di Cristo, sul suo lino bianco e spiegato.

Da quel giorno la memoria esatta dell’irrevocabile incontro mi guidò d’istinto a scoprire i segni caratteristici del Cristo sotto la maschera essenziale e profonda di ogni uomo percosso e denudato dal dolore. Nel gregge cupo e macilento dei prigionieri di guerra, dallo sguardo vuoto e fuggitivo come di belva in cattura (quanta nuda umanità e quanto Cristo in tanta varietà di espressioni di età e di condizioni!) sul volto sacro dei miei morti e dei miei feriti. Bastava che l’ala del dolore li sfiorasse e tosto le linee nude e forti di quelle facce popolane, la espressione di quegli occhi ordinariamente semplici e ignari si componevano armoniosamente, come per una lenta dissolvenza, a quella assomiglianza arcana.

La maschera del dolore si intona subito al volto di questi uomini silenziosi e buoni della montagna; si direbbe loro sommamente congeniale e come appartenente ad una loro vita profonda ed occulta, sempre pronta ad affiorare non appena il dolore abbia cancellato le labili parvenze della vita di superficie. Sul volto dei mondani, dei ricchi e dei potenti il dolore è sempre improvviso, stonato e astruso. Non riesce mai a sommergere la maschera clamorosa della vita facile e di convenzione, senza lasciare residui stridenti. In ogni caso è sempre proclamato a voce troppo alta e pretenziosa di compassione. Spesso direi che ha perfino un lontano, sebbene involontario, sapor teatrale.

Questa gente solida dell’alpe il sacrificio l’ha nel sangue come un fatto assolutamente normale, come una legge ordinaria di vita. Fino dai primi anni, se ne è nutrita come di un cibo sapido e quotidiano. Le loro mamme, poverette, li han tirati su stentatamente, a forza di pan duro e di Rosari. L’ora del dolore, per questi soldati di razza, non è mai un’ora di eccezione. L’accettano e la vivono quasi inconsapevolmente, con rozza semplicità e candore stupendo. Laddove l’uomo coltivato, per quell’istinto di recitazione che gli viene dalla vita e dall’educazione moderna, le sue lacrime ama tenerle davanti agli occhi dello spirito, per esaminarle e rigustarne l’acre sapore, ama contarle ad una ad una davanti agli occhi distratti del prossimo, come per uno spettacolo.

(Chi ha parlato di un “pianto allo specchio” a proposito dell’anima moderna?). È il confronto tra questi due modi di essere è quanto mai dissonante.

Come compresi io stesso vivamente un giorno. Miravo il piccolo quadro dell’Addolorata sopra la mia brandina da campo, unico ornamento della mia tenda militare. Per un gioco del sole, che cadendo radeva la piana desolata, scorgevo il mio volto riflesso, sovrapposto e come contenuto in quello della Vergine. Anch’io ero stanco e la lunga marcia della giornata aveva segnato sul mio volto qualche ruga polverosa di più, oltre quelle che gli anni vi vanno tracciando sempre più fitte e oscure.

Ma quale differenza tra la mia pena sfatta e teatrale e quella di Maria silenziosa, pia, dolce e dignitosa! Mi staccai di colpo. Come se quella vicinanza avesse sapore di contaminazione.

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Alla prima edizione del 1943, la cui diffusione fu resa difficile dall’ostracismo del regime fascista, ne seguì un’altra nel 1946 che ebbe maggiore fortuna e che diventò presto un testo fondamentale per coloro che avevano vissuto in prima persona la tragedia della guerra.

Segnalato da Piero

 


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