1946

Questo crocefisso rotto io l’ho scoperto dentro una cassapanca… e subito me ne son fatto un compagno e un amico. Al posto del volto è rimasto un incavo ovale, coronato da ciò che resta delle ciocche e del serto di spine.

Ho appeso il Crocefisso al letto, all’altezza della spalliera. Prima d’incominciare la giornata, prima di porvi termine, mi raccolgo in Lui, per qualche minuto. E’ il mio modo di pregare. E non mai più di qualche minuto; ma in quel brevissimo tempo riesco a sprofondare fino a me stessa, a confessarmi come solo si può nella preghiera. Guai se per me così non fosse. Quando siedo alla scrivania dello studio che s’apre sulla camera dall’uscio aperto scorgo il Crocefisso pendere alla parete, solo con me sola.

I chiodi che gli trafiggono i piedi e mani mi costringono a ricordare il Calvario, ponendo questo pensiero a base di ogni altro pensiero. Ma le fratture delle gambe e delle braccia e la cancellazione del viso mantengono senza tregua dinanzi alla mia vista l’altro supplizio che ebbe principio dopo il Golgota, continuò nella serie dei secoli fino a oggi e continuerà, temo, fino a quando gli uomini saranno quello che sono: in ogni tempo e paese, con ogni mezzo di tortura, non s’è mai cessato di martirizzare Cristo.

Ma che diverrebbe la terra, senza la lotta fra il bene e il male? E non è forse la volontà di Cristo, di essere di continuo torturato nei corpi e nelle anime de’ suoi fedeli e de’ suoi nemici, perché dal conflitto zampilli, con sangue, la verità? Nell’incavo che rimane al posto del volto, io posso mettere con la fantasia tutti i volti, gli infiniti volti che passano effimeri sulla terra misteriosamente rassomiglianti fra loro, anche se diversi. Volti di uomini sparsi nel mondo, parlanti ciascuno il proprio linguaggio, segnati ciascuno dal proprio sogno e dal proprio dolore, sospinti ciascuno dal proprio intimo scopo di vita: nati per partire, amare, odiare, confondere l’amore con l’odio, essere piccoli o grandi ma sempre con fatica e con pena, scontare, morire, rinascere in Cristo.

Tanti volti, uno solo: quello di Cristo. Egli è pur sceso fra gli uomini per essere corporalmente simile a loro, salvarli e riceverne in cambio la morte umana e l’ingratitudine perpetua. Qualunque sia, l’uomo reca impresso sulla propria fronte il segno del Salvatore: ed è pur sempre crocifisso al proprio tormento, palese o nascosto, meritato o no.

Nessuno dei preziosi Cristi in croce di cui pittori, scultori, orafi, mosaicisti hanno arricchito chiese, palazzi, gallerie d’arte, potrebbe essere per me più bello di questo, e dare al mio cuore un più profondo brivido. Così ridotto, un rifiuto, un rottame, io sola ho il diritto di tenerlo, perché io sola, quale si trova lo amo. Mi apre gli occhi su ciò che non avevo ancora ben veduto. M’insegna ciò che non avevo ancora ben veduto. M’insegna ciò che non avevo ancora ben imparato. Contemplo in esso la crudeltà di un martirio, e la carità di un perdono che dureranno fin che duri il mondo. Non mi separerà mai da questo compagno col quale ho colloqui che soli riescono a mettermi in pace con la vita. Ho dato ordine che, quando sarò morta, il Crocefisso rotto mi venga posto accanto, e sia chiuso nella bara con me.

Ada Negri, «Il Crocifisso rotto» in Oltre. Prose e novelle, 1946 (postumo)

Nell’ombra azzurra, brulicar di stelle.

Non lume ai campi. Tutto lumi al cielo.
E più gli occhi v’immergo, e più s’accresce
quel tremolio, quel palpito, quel folle
moltiplicarsi d’astri: – e più mi perdo
nell’infinita vastità del coro
che d’angel empie gli spazi.
O stelle, e quando mai fui così vostra
come in quest’ora?
L’una canta: “Vieni”:
e l’altra “Vieni”; e tutte: “Vieni, vieni,
anima innamorata della morte
ch’è vita eterna” – Or io vi prego, o stelle,
che alcuna fra di voi scenda stanotte
a raccoglier di me ciò che la terra
non può rapirmi; e via di fuoco in fuoco
mi porti al Dio che mi creò: ch’io possa
mirare il Volto ed ascoltar la Voce.

Ada Negri, “Cielo stellato”, in Tutte le opere di Ada Negri. Poesie. Mondadori, Milano 1948, p. 889; citato  da don Giussani in Vivendo nella carne.

Non seppi dirTi quant’io t’amo, Dio
nel quale credo, Dio che sei la vita
vivente, e quella già vissuta e quella
ch’è da viver più oltre i confini
dei mondi, e dove non esiste il tempo.
Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta
di ciò che tace nel profondo. Ogni atto
di vita, in me, fu amore. Ed io credetti
fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria
terrena, o i nati del mio saldo ceppo,
o i fior, le piante, i frutti che dal sole
hanno sostanza, nutrimento e luce;
ma fu amor di Te, che in ogni cosa
e creatura sei presente. Ed ora
che ad uno ad uno caddero al mio fianco
i compagni di strada, e più sommesse
si fan le voci della terra, il Tuo
volto rifulge di splendor più forte,
e la Tua voce è cantico di gloria.
Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo
d’amarTi; e ineffabile certezza
che tutto fu giustizia, anche il dolore,
tutto fu bene, anche il mio male, tutto
per me Tu fosti e sei, mi fai tremante
d’una gioia più grande della morte.
Resta con me, poi che la sera scende
sulla mia casa con misericordia
d’ombra e di stelle. Ch’io Ti porga, al desco
umile, il poco pane e l’acqua pura
della mia povertà. Resta Tu solo
accanto a me Tua serva; e nel silenzio
degli esseri, il mio cuore oda Te solo.

Ada Negri, “Atto d’Amore”, in Mia giovinezza. BUR, Milano 1995, pp. 70-71

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