1960

J.L. Borges, L'Artefice, in Tutte le opere, Mondadori coll. I Meridiani, p. 1153, 1984, Milano, Italia.

Paradiso, XXXI, 108

Diodoro Sículo refiere la historia de un dios despedazado y disperso. ¿Quién, al andar por el crepúsculo o al trazar una fecha de su pasado, no sintió alguna vez que se había perdido una cosa infinita? Los hombres han perdido una cara, una cara irrecuperable, y todos querrían ser aquel peregrino (soñado en el empíreo, bajo la Rosa) que en Roma ve el sudario de la Verónica y murmura con fe: “Jesucristo, Dios mío, Dios verdadero ¿así era, pues, tu cara?” Una cara de piedra hay en un camino y una inscripción que dice: El verdadero Retrato de la Santa Cara del Dios de Jaén; si realmente supiéramos cómo fue, sería nuestra la clave de las parábolas y sabríamos si el hijo del carpintero fue también el Hijo de Dios. Pablo la vio como una luz que lo derribó; Juan, como el sol cuando resplandece en su fuerza; Teresa de Jesús, muchas veces, bañada en luz tranquila, y no pudo jamás precisar el color de los ojos. Perdimos esos rasgos, como puede perderse un número mágico, hecho de cifras habituales; como se pierde para siempre una imagen en el calidoscopio. Podemos verlos e ignorarlos. El perfil de un judío en el subterráneo es tal vez el de Cristo; las manos que nos dan unas monedas en una ventanilla tal vez repiten las que unos soldados, un día, clavaron en la cruz.  Tal vez un rasgo de la cara crucificada acecha en cada espejo; tal vez la cara se murió, se borró, para que Dios sea todos. Quién sabe si esta noche no la veremos en los laberintos del sueño y no lo sabremos mañana.

 

Testo in italiano

Pubblicato la prima volta nel 1960

Borges disse in un’audizione radiofonica: «Ho dubitato di Dio, ma non del suo volto». Significa che non ha dubitato della carnalità di Dio. È come se avesse detto: ho dubitato di Dio, come si dubita di qualunque filosofia, ma mai del suo volto, della possibilità di toccare il suo viso, della sua materialità. Penso che gli piacesse Shakespeare perché è concreto: parla del mistero della vita, di Dio come di un atto concreto.

Horacio Morel, Bergoglio e Borges, un’amicizia che cerca il mistero delle cose, Il Sussidiario. net, 5 giugno 2013.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/6/5/IL-CASO-2-Bergoglio-e-Borges-un-amicizia-che-cerca-il-mistero-delle-cose/399558/

Card. Gianfranco Ravasi, La Bibbia secondo Borges


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Diodoro Siculo racconta la storia di un dio lacerato e disperso; chi, camminando nel crepuscolo o rammentando una data del suo passato, non ha mai sentito qualche volta  che s’era perduta una cosa infinita.

Gli uomini han perduto un volto, un volto irrecuperabile, e tutti vorrebbero essere quel pellegrino (sognato nell’empireo, sotto la Rosa) che a Roma vede il sudario della Veronica e mormora con fede: Gesù Cristo, Dio mio, Dio vero, così era, dunque, la tua faccia?

Un volto di pietra c’è in una strada, e un’iscrizione che dice: «Il vero Ritratto del Santo Volto del Dio di Jaén»; se davvero sapessimo come fu, possederemmo la chiave delle parabole e sapremmo se il figlio del falegname fu anche il Figlio di Dio.

Paolo lo vide come una luce che lo abbatté; Giovanni, come il sole quando risplende nel suo fulgore; Teresa di Gesù, ripetutamente, bagnato d’una luce tranquilla, e non poté mai precisare il colore degli occhi.

Abbiamo perduto quei lineamenti, come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali; come si perde per sempre un’immagine nel caleidoscopio. Possiamo scorgerli e non riconoscerli. Il profilo di un ebreo nella ferrovia sotterranea è forse quello di Cristo; le mani che ci porgono alcune monete a uno sportello forse ripetono quelle che i soldati, un giorno, inchiodarono alla croce.

Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio; forse il volto morì, si cancellò, affinché Dio sia tutti.

Chi sa se stanotte non lo vedremo nei labirinti del sogno e non lo sapremo domani.

J.L. Borges, L’Artefice, 1960, in “Tutte le opere”, Mondadori coll. I Meridiani, 1984, pag. 1153.