2018

Antonia Arslan, Il ritorno dei Magi, in La bellezza sia con te, Rizzoli, pp. 41-46, 2018, Milano, Italia.

Passarono circa trent’anni. Abgar di Edessa, re d’Armenia in quel tempo, cadde malato. Nessun rimedio gli giovava, e si sentiva indebolire sempre di più. Un giorno venne a sapere, da una carovana di mercanti che tornava da Gerusalemme, che là operava un uomo dei miracoli le cui parole erano parole di vita e venivano ripetute da molti che lo chiamavano re dei Giudei; e grandi folle lo seguivano nel suo pellegrinare. E gli dissero anche che i sacerdoti del Tempio lo avevano in odio, e volevano farlo uccidere.

Abgar allora gli scrisse una lettera saggio e rispettosa, come a un suo pari. Gli raccontò del suo male e gli chiese aiuto; ma al contempo gli offrì protezione, affermando che nel suo regno c’era posto anche per lui, che lo avrebbe accolto nella sua famiglia, che avrebbero potuto governare insieme, proprio come fratelli. E ci sarebbero stati armonia, buon governo e prosperità.

Ma a chi affidare la lettera? Il re penso al giovane Elio, che amava molto. Lo chiamo accanto se, gli racconto della lettera che aveva scritto e del suo desiderio di conoscere l’uomo dei miracoli, l’ebreo sapiente che lo avrebbe guarito. E poi, esitando un poco per il timore di essere creduto debole e fiacco, gli disse anche dell’invito a far parte della sua cerchia più stretta, e aggiunse: “Mando te da lui. Tu sei giovane e abile, lui vedrà di che tempra sono i miei fedeli, e tu lo saprai convincere. Voglio essere guarito, e voglio salvargli la vita. Edessa brillerà per la sua presenza”.

Elio s’inchinò e si preparò alla partenza. Parlo con suo padre e sua madre, che gli fecero differenti raccomandazioni. Anche se in tutti e due bruciava l’amore per il figlio, erano fieri entrambi dell’onore che gli era stato fatto da re Abgar, e lo apprezzavano. Ma prima di partire, Anania lo condusse alle tombe dei Magi, che erano già divenute in quegli anni oggetto di venerazione e di culto: la gente diceva che ai Re Sapienti sepolti laggiù non sfuggiva niente di quello che avevi in cuore, E misteriosamente ti consolavano della fatica del vivere, “anche se non hanno sacerdoti e non fanno prodigi, non si palesano agli iniziati, non chiedono sacrifici né omaggi: semplicemente stanno là, e ti ascoltano. La loro presenza si sente, è come un balsamo”.

E mentre stavano diritti, vicini, quasi appoggiandosi l’uno all’altro, venne in mente ad entrambi lo stesso pensiero: quell’uomo dei miracoli che viveva e operava nella lontana Giudea era forse lo stesso Bambino prodigioso alla cui nascita i Magi erano stati miracolosamente chiamati a portare omaggio? E una volta cresciuto, era forse è diventato davvero quel medico delle anime che le profezie da tanto tempo annunciavano? E ora, forse, la lettera del re era la mossa necessaria per chiudere l’anello della storia cominciata tanti anni prima con il richiamo della Stella? Nessuno dei tre re, né Gaspare né Melchiorre né Baldassarre, si era mai lasciato sfuggire una parola sul perché essi avevano così docilmente accolto quelli imperioso ordine di partire: eppure quell’evento aveva cambiato le loro vite. Anania li aveva seguiti come era suo dovere, un po’ incredulo un po’ fatalista; ma poi l’aveva visto, il miracolo del Bambino-Re, il cielo notturno diventare luminoso, i canti, gli angeli; E quella madre giovanissima e pure regali, assorta in suoi misteriosi pensieri.

Così rifletteva; poi strinse il braccio del figlio, ed entrambi silenziosamente uscirono, rinfrancati e alleati. Elio parti il giorno seguente, sul suo buon cavallo. E lo accompagnavano due soldati scelti dal re, uomini fidati e avventurosi. Ma il loro viaggio fu senza storia, molto più veloce di quanto immaginavano, come se qualcuno gli spianasse la strada: non s’imbatterono in banditi o malviventi, non si trovarono coinvolti in risse, alle porte delle città nessuno pretese pedaggi, e arrivarono a Gerusalemme stanchi ma incolumi.

Erano i giorni della Pasqua ebraica, e non fecero fatica a trovare l’uomo dei miracoli, che in quei giorni era là, dove tutti lo conoscevano: al suo arrivo una gran folla lo aveva festeggiato e onorato. Elio lo raggiunse mentre cenava con i suoi discepoli, si inginocchiò nell’elaborato modo persiano che ogni bennato scudiero sapeva eseguire e disse: “Onore a te, che sei saggio e guarisci le anime. Il mio signore, re Abgar di Edessa, ti saluta e ti manda questa lettera”.

Cristo, l’uomo dei miracoli, non tese la mano, lo guardo negli occhi. Ed Elio sentì freddo e caldo insieme, rabbrividì e sorrise con un bambino felice. Il suo compito era finito, e lui veniva riscaldato e protetto da quello sguardo. Non si staccò più da lui: ma nei giorni seguenti assistette con inorridito stupore all’avverarsi della minaccia, al trasmutarsi della folla da osannante a maledicente, all’orrore della crocifissione dell’innocente.

Elio seguì con le donne la via dolorosa, e riuscì ad accostarsi al condannato che si era accasciato per terra, nel momento in cui rialzava gli occhi a guardare il cielo. Con un telo di lino gli asciugò il viso dal sangue e dalle lacrime, poi venne spinto via dai soldati, si  rialzò e riprese la strada. Il suo cuore era oppresso da un acuto dolore, da una privazione immensa: essere stato così vicino a un Dio, e averlo già perso. Come invidiava quei compagni che gli erano stati appresso per anni, e adesso sembravano inerti e come spauriti. Lui era un cavaliere, avrebbe saputo difenderlo.

Ma la mente gli diceva che non era così, che tutto era già stato stabilito, a partire dalla Stella che avevano seguito suo padre Anania e i vecchi re sepolti lassù nel Paese d’Armenia. E il telo, il mandylionche portava impressa quella sacra immagine, era la risposta per il re Abgar che lo aveva mandato. Parti coi suoi il giorno dopo, E cavalcando quasi senza sosta, come sospinti da un vento implacabile, giunsero ad Edessa. Là il re fu guarito dal tocco del mandylion, e non smise mai di venerare l’uomo dei miracoli. Collocò la preziosa reliquia in una teca di perle e zaffiri, in un tempio sontuoso circondato di bianche colonne. E nei secoli il suo nome sarebbe stato ricordato come quello dell’uomo che scrisse una lettera a Gesù.

 

Segnalato da Valeria Mangione

 


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