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  1. L’immagine di Dio chiamata «la Veronica»

Esistono ancora altri volti del Signore, come la Veronica: si dice sia stata portata a Roma da Veronica, che, si tramanda, era una donna sconosciuta. In realtà, sulla scorta di antichissimi testi, abbiamo appurato che questa donna sarebbe Marta, sorella di Lazzaro, colei che ospitò Cristo e fu guarita, lambendo la veste del Signore, dal flusso di sangue che la affliggeva da dodici anni; proprio per questa prolungata emorragia camminava curva, e dal termine «varice», la vena curva delle gambe, veniva chiamata Varonica (cioè l’«incurvata»).

Sempre secondo un’antica tradizione, questa donna possedeva un’immagine del volto del Signore impressa su un telo: Volusiano, l’amico dell’imperatore Tiberio da lui mandato a Gerusalemme per riportare testimonianza tangibile delle opere e dei miracoli di Cristo, così da poter guarire dalla sua malattia, dietro istigazione di alcune persone, aveva sottratto l’icona a Marta, quantunque lei non volesse. Si dice che Marta, disperata per questa perdita, seguendo l’immagine del proprio ospite, sia giunta a Roma e abbia guarito Tiberio appena questo pose gli occhi sul ritratto di Varonica, come si legge nello Specchio della Chiesa e nelle Gesta di Tito e Vespasiano. Così già allora, molto tempo prima dell’arrivo degli Apostoli, la fede di Cristo fu conosciuta anche dai Romani al punto che Tiberio da agnello mitissimo si dice che divenne lupo crudelissimo scagliandosi contro il Senato che si rifiutava, nonostante la sua volontà, di riconoscere Cristo nei termini in cui lui voleva, così come a lungo racconto nel Trapasso della Beata Vergine e le gesta dei discepoli.

La Veronica rappresenta quindi la vera immagine a mezzo busto dell’incarnazione terrena di Cristo; è conservata nella basilica di San Pietro vicino alla porta, sul lato destro rispetto all’entrata.

Esiste ancora un’altra immagine di Cristo, sempre su legno, conservata nella cappella di San Lorenzo in Laterano: nella nostra epoca il compianto Alessandro III la fece coprire con uno spesso drappo di seta perché, in chi la fissava troppo intensamente, suscitava un tremore che poteva causare la morte.

Una cosa senza dubbio tengo per certa: se si guarda con attenzione il volto del Signore che un ebreo sfregiò nel Palazzo del Laterano, vicino alla cappella di San Lorenzo (e la ferita coprì con un fiotto di sangue fresco il lato destro), si noterà come sia somigliante alla Veronica della basilica di San Pietro, all’icona che si trova sempre nella cappella di San Lorenzo e al Volto di Lucca.

Gervasio, Gervaso,  da Tilbury (Gervasius Tilleberiensis), Otia imperialia III, Il libro delle meraviglie, cap XXV, De figura Domini que Veronica dicitur, 1215 ca.

Gervasio, che soggiornò a Roma attorno al 1200, nei suoi Otia dedicati all’imperatore Ottone IV, racconta delle diverse immagini prodigiose di Cristo: l’immagine di Abgar, il Santo Volto di Lucca, la Veronica e l’acheropita del Laterano. Di ogni immagine racconta le vicende e ne dà una breve descrizione.

Per Gervasio Veronica è l’emorroissa che, seguendo l’ipotesi dello Pseudo Ambrogio (Sermo 46 De Salomone, PL XVII; 698), identifica con Marta, sorella di Lazzaro.  Mentre il nome Veronica deriverebbe etimologicamente da varus = curvo: Veronica = incurvata. Alla fine del capitolo Gervasio suggerisce l’etimologia che diverrà poi più comune da vera (latino = vera) e eikon (greco = immagine).